Ricordi di Don Caramello


Cenni biografici

Oreste Caramello entrò in seminario il 4 novembre 1918 all’età di 12 anni. Frequentò 3 anni di ginnasio e 3 di liceo fra Susa e Chieri. Fu assistente per ben 5 anni e quindi suddiacono e fu chiamato ad insegnare nel ginnasio superiore. Appena sacerdote, dopo aver conseguito la laurea in teologia a pieni voti, fu chiamato ad insegnare chimica e scienze in liceo.

 Don Caramello nei primi anni della sua vita sacerdotale

 Nel 1928 gli venne affidata l’assistenza religiosa all’ospedale di Susa. Nel 1929 gli fu affidato l’insegnamento della religione e del canto all’Avviamento. Il 23 settembre 1934 entrò come parroco a Villar Dora in seguito alla morte del priore Don Attilio Vighetti.

L’arrivo a Villar Dora

In quel giorno tutta la comunità villardorese si preparava a ricevere il nuovo priore Don Oreste Caramello. Tutte le strade in cui sarebbe passato il corteo erano state addobbate con fiori e drappi tesi ai balconi delle case prospicienti la strada.

Il punto d’incontro era stato posto nella zona della fornace dove una grande folla era in attesa dell’arrivo del parroco, schierata ai lati di Via Sant’Ambrogio. Quando arrivò l’auto sulla quale viaggiava e si fermò, il priore scese ed un grande applauso lo accolse. Quindi si formò un corteo che si avviò da Via Sant’Ambrogio, attraverso Via San Vincenzo fino alla chiesa, dove si svolse il ricevimento ufficiale in cui il priore prese possesso della sua parrocchia e celebrò la sua messa cantata.

Subito con il suo comportamento piacque ai villardoresi e seppe accattivarsi la benevolenza della popolazione con la sua simpatia e la sollecitudine dimostrata nei confronti delle persone anziane o malate. In particolare s’interessò dei ragazzi e dei giovani, che nei momenti liberi da impegni di scuola o di lavoro si recavano in parrocchia a giocare.

La sua prima preoccupazione fu infatti quella di dare la possibilità ai giovani di divertirsi in parrocchia: ecco allora che il cortile di questa si traformò in un piccolo campo di calcio e gioco da bocce. Ogni volta che il pallone era sgonfio si ricorreva al priore perchè lo gonfiasse; nelle stanzette a piano terra cui si accedeva dal cortile si poteva giocare a carte o a dama, mentre la sorella del priore, Giuseppina, intratteneva i più piccoli raccontando loro delle storie.

Dal giorno in cui arrivò a Villar Dora la parrocchia fu aperta a tutte le persone che avevano problemi e non erano in grado di risolverli, tenendo conto che il livello medio di instruzione allora arrivava alla terza elementare. Il priore inoltre si prese subito a cuore le persone anziane e quelle ammalate e, quasi tutti i giorni, quando era libero da altri impegni, passava a far loro visita.

 Don Caramello con gli anziani e gli ammalati

Fra i tantissimi interventi che Don Caramello attuò nel periodo della sua permanenza nella parrocchia di Villar Dora a favore degli anziani e degli ammalati, ne ricorderò alcuni che mi sono stati descritti da persone che lui aveva aiutato, delle quali ometterò i nomi perchè così vollero fornendomi la testimonianza.

Il Priore tutti i giorni andava a far visita a tre fratelli villardoresi, che la sorte volle ammalati nel medesimo periodo. Un giorno il più giovane dei tre, che cominciava a stare meglio pur essendo ancora ammalato, disse al Priore : "Da alcuni giorni abbiamo il letame da togliere dalla stalla sotto le mucche, ma come facciamo?" Il Priore allora si tolse l'abito talare, si fece dare un paio di zoccoli, prese la carriola e da solo tolse il letame portandolo nel punto in cui veniva ammucchiato; quindi prese la paglia e rifece il letto nuovo, dopo di che si tolse gli zoccoli, calzò i suoi scarponi, si rimise l'abito talare e se ne tornò in parrocchia.

Un altro villardorese capofamiglia nei giorni della mietitura s'ammalò molto seriamente. Il Priore andò a trovarlo e vide che la moglie era preoccupata per la malattia del marito, ma anche per il grano che doveva essere tagliato, legato in fasci (gerbe) e portato a casa. Il Priore allora si fece condurre dal figlio dell'ammalato nel campo dove c'era il grano da mietere (nella zona della fornace, dov'è adesso il maneggio), tagliò il grano, lo raccolse ed il giorno dopo lo legò. Intanto arrivò la figlia dell'ammalato per avvertire che in Piazza San Rocco c'erano i tedeschi, che stavano cercando i partigiani. Allora il Priore le disse: "Sei capace di andare a casa, attaccare il tuo mulo al carro e portarlo qui?" Lei andò a casa, attaccò il mulo al carro e lo portò nel campo, così il Priore e i due giovani caricarono il grano, quindi la ragazza lo portò a casa, mentre il fratello ed il Priore presero la strada delle Piotere per non incontrare i tedeschi.

Un altro esempio della grande generosità di Don Caramello si può dedurre dall'episodio seguente. Un giorno sua sorella Giuseppina, che era molto esperta nel lavoro ai ferri, gli fece una maglia ed un paio di mutandoni spessi, dato che faceva freddo e lui cominciava già ad avere i primi acciacchi. Al lunedì mattina andando a riordinare la stanza del Priore, mise sul letto la maglia ed i mutandoni perchè come di consuetudine alla sera, andando a letto, il Priore si cambiava; ma il mattino seguente, andando a riordinare la sua stanza, non trovò nè la biancheria sporca nè quella pulita. Uscita sul cortile in cui noi ragazzi giocavamo sotto la sorveglianza del Priore, la sorella gli disse: "Priore, accidenti, dove hai messo la roba sporca che hai cambiato, chè non la trovo?" Lui, togliendosi la pipa dalla bocca, con il suo solito sorriso le rispose:" Non mi sono cambiato. Ieri è passato di qui un povero mendicante con gli abiti a pezzi, che batteva i denti dal freddo. Lo feci entrare, gli diedi un po' di latte caldo ed intanto che lui mangiava io andai in camera, presi i vestiti con cui dovevo cambiarmi e glieli donai. Io ho ancora indumenti per cambiarmi, ma lui no".

Nel 1944 un contadino villardorese che si trovava nei campi in zona "Ciampas" venne colto da ictus mentre stava seminando le patate. La moglie, vedendo che si trattava di una cosa seria, lo fece salire sul carro e il figlio lo accompagnò a casa. La moglie, in bicicletta, corse a chiamare il dottore e il Priore.  Venne per primo il Priore, il quale, visto l'ammalato, disse subito di mettergli la borsa del ghiaccio in testa e una bottiglia di acqua calda ai piedi. L'una e l'altra non erano in casa, perciò la figlia corse da una vicina a farsi prestare la borsa e dal macellaio a farsi dare il ghiaccio, poi riempì una bottiglia d’ottone d’acqua calda e la mise ai piedi dell’ammalato. Quando finalmente arrivò il dottor Natale, fece i complimenti a Don Caramello per i consigli dati, che erano stati veramente opportuni. Infatti per il momento l’emorragia cerebrale si era fermata. L’ammalato morì un anno dopo, ma per tutto il periodo della degenza Don Caramello passò ogni giorno a trovarlo, fermandosi a conversare con lui.

 Don Caramello ed i giovani

La domenica Don Caramello era sempre molto occupato: S. Messa alle ore 6.00, alle 7.30, e alle 11.00. Alle 15.00 c'erano i Vespri, poi la Benedizione, la scuola di canto e l'adunanza dei vari gruppi dell'Azione Cattolica. La sera, infine, nel salone dell'asilo, Don Caramello proiettava le diapositive sulla Storia Sacra. Saliva sul vecchio palco e proiettava contro il muro le immagini in bianco e nero soffermandosi in lunghi commenti, che dimostravano le sue approfondite conoscenze dell'argomento. Lo spettacolo, molto seguito, durava circa due ore e si svolgeva tutte le domeniche sera. C'è chi dice che Don Caramello lo facesse per proporre un'alternativa al cinema Sada di Almese che attirava molti spettatori. "Non sono tanto i film sconvenienti, quanto l'ambiente" soleva dire Don Caramello, che cercava di scoraggiare i giovani dal recarsi al cinema.

Una volta la settimana, al Giovedì, si recava a celebrare la Messa a Montecomposto nella cappella di Santa Lucia, percorrendo a piedi l’unica strada che collegava allora la borgata al capoluogo. Ricorda un testimone: ”Quando eravamo liberi da impegni di scuola, come al Giovedì, che era giorno di vacanza, il priore portava anche assieme alcuni di noi, per servire la Santa Messa”. D’estate era per noi una gita percorrere quella mulattiera a piedi. Nel periodo invernale, invece, quando la coltre di neve ci permetteva di camminare, andavamo su con la slitta in spalle; dopo la Messa il priore andava a trovare le famiglie che abitavano a Montecomposto e borgata Bert e, nell’attesa, noi andavamo con la slitta a divertirci nei prati dietro la cappella. Al ritorno, ripercorrendo la mulattiera verso casa, noi salivamo sulle slitte nei percorsi in discesa; nei tratti in cui la strada era pianeggiante, invece, il priore prendeva in mano la corda della prima slitta e, tirando questa, anche la seconda e la terza venivano trainate, essendo tutte collegate una all’altra. Nel periodo estivo, due giorni alla settimana il priore ci portava nel torrente Messa a fare il bagno. Si partiva dalla parrocchia subito dopo pranzo e si andava a piedi sino a Malatrait e poi, percorrendo il sentiero, sino al torrente. A volte eravamo anche 15 o 20 ragazzi”. 

 Un bagno estivo nel torrente Messa

 Per invogliare i giovani a servire la Messa mattutina delle ore 6, don Caramello aveva escogitato uno stratagemma: teneva appeso in sacrestia un tabelloni con i nomi dei ragazzi che abitualmente facevano i chierichetti e, per ogni presenza, segnava una croce vicino al nome. Chi, alla fine dell'anno, era stato più assiduo veniva premiato con un regalo: un mantello di pesante panno nero. Gli altri, che avessero totalizzato un sufficiente numero di presenze, ricevevano un abbonamento annuale a "Il Vittorioso".

Tutti gli anni, alla fine di luglio, Don Caramello organizzava una gita al Collombardo, che molti villardoresi ancora oggi ricordano con piacere, come appare da questa testimonianza.

“Si partiva da VillarDora in piazza della Chiesa alle 5 del mattino. In bicicletta bambine e ragazze si andava fino a Caprie, si lasciavano le biciclette in parrocchia e si proseguiva a piedi fino al Laietto, dove si faceva la prima tappa. Sempre accompagnate da Don Caramello e sua sorella Giuseppina proseguivamo la salita chiacchierando e cantando fino al bel pianoro del Collombardo, dove c’è il Santuario a quota 1900 m., con l’intenzione di rimanerci per una settimana.

La notte si dormiva nel rifugio sulla paglia fresca e pulita che il Priore aveva fatto portare precedentemente dal Laietto. Il mattino la sveglia era prestissimo, poi ci si recava ad una fontana di acqua gelida a lavarsi la faccia, mentre due di noi scendevano col secchio giù alle baite dove c’erano le mandrie a prendere il latte per la colazione. Quindi si andava a Messa nella chiesa del Santuario dedicato alla Madonna degli Angeli, dopo di che si faceva una bella passeggiata in salita fino al monte Civrari ad 2302 m di altezza.  

 Due momenti di gite in montagna:

in cima al Civrari (sinistra) ed al Rocciamelone (destra)

 

 Don Caramello con un gruppo di giovani di fianco al santuario del Collombardo

 Si consumava il pranzo al sacco presso una fontana ed al pomeriggio ci si riposava leggendo, lavorando a maglia, chiacchierando e cantando le belle canzoni che ci aveva insegnato il Priore, mentre i campani delle mucche poco distanti ci accompagnavano con il loro suono. All’ora della merenda Giuseppina ci preparava fette di pane con burro e marmellata e, a cena, minestra calda al latte e formaggio.

La settimana trascorreva in un attimo e si faceva buona provvista di aria salubre e di buon umore. Al ritorno si passava ancora a salutare la Madonna della Rocca Sella, prima di tornare a casa.

 Una gita parrocchiale al Sestriere. Al centro della foto la maestra Ermelinda Genta

 Don Oreste Caramello nel 1937 diede inizio in parrocchia ad un corso destinato ai ragazzi che, già in possesso della licenza elementare, desiderassero conseguire un diploma di scuola superiore. Tale corso si svolgeva ogni mattina dalle 9. 00 alle 12. 00 e comprendeva le seguenti materie: italiano, aritmetica, computisteria, dattilografia, francese, storia, geografia e scienze. Gli insegnanti erano Don Caramello stesso e la maestra Ermelinda Genta, ai quali più tardi si affiancò Don Foglia, rimpatriato dalla Francia e stabilitosi a Villar Dora. Il corso, previsto per tre anni, era frequentato da sette o otto ragazze che aspiravano a diventare segretarie d'azienda (un corso analogo era tenuto presso l'Istituto Sacro Cuore di Buttigliera Alta) e da alcuni ragazzi, ma dopo due anni ebbe termine, in quanto alcune allieve dovettero ritirarsi, perciò nemmeno gli altri ebbero la possibilità di conseguire il tanto sospirato diploma.

Don Caramello, inoltre, fu per molti anni insegante di religione presso le scuole elementari di Villar Dora, come appare da questa testimonianza della maestra Lucia Barra.

"Don Caramello veniva al mattino nelle classi prima delle lezioni scolastiche per insegnare religione agli allievi. lo ero la sua 57a scolara e ascoltavo intenta la sua bella voce baritonale che parlava di un Dio misericordioso e di pace, di carità, d'amore cristiano, di pazienza e di speranza e questo era balsamo sui miei dispiaceri, guida al bene nel mio lavoro non lieve nè facile. Don Caramello m'insegnò la pazienza, la costanza, la giustizia contribuì a rafforzare la mia fede in Dio, mi spronò a compiere il mio dovere di maestra, mi confortò alla morte dei miei genitori quando rimasi sola.

Sono stata Maestra a Villardora durante trent'anni e per 21 anni Don Caramello fu il mio Parroco fino alla Sua morte.

Egli fu sempre il nostro insegnante di religione e ci istruì pure un poco in musica che, con la montagna, era la sua passione; ricordo le confessioni e le Comunioni per tutti gli scolari durante la S. Pasqua, il Natale e le altre feste importanti. Mi esalta ancora quel senso di mistica gioia che egli sapeva trasmettere a queste manifestazioni di fede che ci rendevano sereni e migliori con il desiderio d'essere buoni.

lo ricordo pure le belle gite con i miei ragazzi (maschi e femminucce) sui monti circostanti con il nostro amato Parroco che era nostra guida fisica e spirituale: a San Pancrazio, alla Sacra di San Michele, a Beaulard, al Musiné, alla Torre del Colle. Ricordo i lieti spuntini sui prati o nei boschi con il semplice cibo portato da casa e i bambini che a gara offrivano a Don Caramello e a me le loro semplici cose con affetto Ricordo i canti degli Alpini e quelli della montagna in coro guidati dalla straordinaria indimenticabile voce di Don Caramello, di questo sacerdote che parlava sette lingue, che aveva una cultura eccezionale; professore in lettere e insegnava latino, italiano matamatica,  scienze, storia, ecc. che sapeva ogni cosa e tutto insegnava con semplice umiltà e pazienza.

E ancora mi sovviene quando con i ragazzi giocava al pallone nelle radure, durante le passeggiate ed era così vitale, così semplice e umano con quel fazzoletto bianco e i quattro nodiní intorno alla testa per tenerlo fermo,  evitando il sole cocente. Ricordo com'era gioviale, semplice, umano e poetico e, nel medesimo tempo, austero e nobile.

Don Caramello è uno dei più bei ricordi della mia lunga vita e, forse, dal cielo mi ha aiutata, perchè vivere non è facile nè gioioso, pure amando la vita e ringraziando Dio che ce l'ha donata". 

 Una vecchia immagine della tettoia adesso Oratorio Don Caramello

 Altre opere di don Caramello

Un lavoro importante di don Caramello a Villar Dora fu il rifacimento completo della Chiesa, necessario a causa delle precarie condizioni. Egli radunò i capi famiglia ed alcuni impresari edili e muratori, espose loro la situazione e chiese: ”Vogliamo unire le nostre forze per rifare la nostra chiesa?”. Ebbe allora dai convenuti il massimo consenso. Anche se nelle case di molti villardoresi non c’era abbondanza, tutti diedero il loro contributo, sia in forza lavoro che in denaro e cominciò così la ricostruzione della chiesa.

La mattina, dopo aver celebrato la Messa, il priore con il suo carro agricolo, assieme agli altri carrettieri andava nel letto della Dora a caricare sabbia e ghiaia, oppure alla stazione di Sant’Ambrogio a caricare il cemento che arrivava sul carro ferroviario ed il tutto veniva portato alla chiesa. Tutti i giorni si notava una colonna di carri che andava e veniva dalla chiesa alla Dora. I ragazzini cercavano di individuare il punto in cui si trovava il priore con il suo carro in mezzo agli altri, dato che lui portava in testa un berretto bianco. Quando veniva richiesta dai muratori della sabbia fine, il priore, come tutti gli altri, nell’alveo della Dora passava al setaccio la sabbia da cui veniva escluso il pietrisco.

A San Marco, nel mese di maggio, per tre giorni consecutivi, dopo la Santa Messa delle ore 6 si partiva in processione con la croce. Il primo giorno si andava alla Borgionera per la "stra dle pere" fino alla cappella di San Martino, il giorno seguente al "Pilon di Saron" ed il terzo giorno a Torre del Colle ed a Borgata Molino. Don Caramello dava la benedizione ai campi con l'aspersorio ed invocava la protezione divina contro la grandine ed altre calamità che avrebbero potuto distruggere i raccolti.

Queste processioni si chiamavano "Rogazioni". 

 14 novembre 1943: don Caramello consegna il rocchetto e la mantella a don Vincenzo Calliero, nel giorno del suo insediamento nella parrocchia di Beaulard

 Don Caramello nel periodo di guerra

Durante la seconda guerra mondiale molti uomini della comunità villardorese vennero richiamati alle armi ed in alcune famiglie rimasero solo le persone anziane e le donne. In quegli anni la maggior parte dei villardoresi oltre a lavorare nelle fabbriche lavorava anche nei campi e, come minimo, nella stalla aveva una mucca, per cui oltre al lavoro dei campi vi era anche quello dei prati: tagliare ed accudire il fieno e portarlo, una volta seccato, nei fienili, tenendo presente che allora tutte queste oprerazioni venivano svolte a mano. Molte volte, dopo la Messa, si vedeva il priore con la falce a spalle, in bicicletta, recarsi nei prati a tagliare il fieno ed accudirlo, per poi portarlo a casa di quelle famiglie impossibilitate a svolgere questi lavoro per mancanza di uomini.

Durante la guerra di liberazione i primi contatti tra partigiani avvennero proprio in parrocchia. Don Caramello era presente ogni qual volta qualche villardorese veniva preso dai tedeschi o dai fascisti ed imprigionato, in attesa di essere inviato nei campi di concentramento in Germania. Lui s’informava dov’erano e si presentava al comando cercando di farli liberare. Una volta i tedeschi arrivarono in parrocchia. Era l’ultimo giorno dell’anno 1944 ed il priore aveva invitato tutta la cantoria di Villar Dora per un brindisi all’anno nuovo. Proprio in quel momento arrivarono i tedeschi e prelevarono i presenti; a nulla valsero le parole del priore che cercava di far capire che quegli uomini non erano partigiani, ma componenti della cantoria parrocchiale. Le persone prelevate vennero condotte ad Avigliana in attesa di essere inviate in Germania. Il priore si presentò allora al comando tedesco di Avigliana per cercare di far liberare i prigionieri, ma a nulla valsero le sue parole. Allora disse al comandante: ”Prendete me ma lasciate loro”, ma anche questo tentativo fu vano. Il priore dovette tornare a Villar Dora amareggiato per non aver potuto riportare a casa gli ostaggi. Si mise perciò in comunicazione con tutte le persone che potevano aiutarlo ed una di queste gli consegnò una lettera chiusa da portare al comando tedesco. Il mattino seguente, appena cessato il coprifuoco, il priore prese la bicicletta e ritornò al comando di Avigliana, dove consegnò la lettera al responsabile della guarnigione. Dopo averla letta, il comandante ordinò di liberare i prigionieri. Questa volta don Caramello ritornò in parrocchia felice, perchè assieme a lui vi erano anche i cantori.

 Abitudini di don Caramello

Chi ha conosciuto Don Caramello sapeva che era un accanito fumatore. Quando era libero da impegni, lo si vedeva sempre con la pipa accesa, che alle volte alternava con il sigaro toscano, ma dall'inizio della Quaresima sino al giorno di Pasqua la sua pipa ed il sigaro riposavano per 40 giorni, così da sempre.

Nelle giornate in cui non aveva impegni fuori paese (ed erano poche) verso le ore 11:30 immancabilmente andava ad attingere l’acqua alla fontana Cinà, con la sua inseparabile pipa e, nella tasca dell’abito talare il termos. Mentre percorreva la strada dalla parrocchia alla fontana passava a fare visita agli anziani, agli ammalati e, lungo la strada, si fermava a parlare con ogni persona che incontrava, e ad ognuna sapeva dare conforto e sollievo.

Aveva una vera passione per la montagna. Scalatore nato, possedeva una decina di paia di scarponi di tutte le fogge, che immancabilmente ogni Giovedì ingrassava e metteva ad asciugare nei pressi della sua porta. A 28 anni aveva già compiuto 52 salite al Rocciamelone ed in seguito guidò ancora schiere di giovani sulla vetta.

 La ricostituzione del comune

L’ultima grande fatica che il Priore portò a termine assieme agli uomini del Comitato fu quella di ripristinare il Comune di Villar Dora che era stata unificata con Almese, di cui era diventata una frazione dal 1927.

Già dal 1945, subito dopo la Liberazione, si era formato un Comitato con l’obiettivo di riportare a Villar Dora il Comune, com’era prima del 1927. Detto Comitato era formato da: Don Caramello, Franchino Martino, Felice Richetto, Gaspare Coletto, Giuseppe Coletto, Edoardo Ferrero, Mario Richetto, Giuseppe Ferrero, Crescentino Grande e Adorno Ladini. Questo Comitato lavorò assiduamente fin dal 1945 e, grazie alla sua attività, l’11 aprile 1955 Villar Dora ridiventò comune autonomo, con la firma del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

 

 

 Due foto commemorative della cerimonia del ritorno del comune a Villar Dora

 Il giorno dei festeggiamenti per il ritorno del Comune alla sua autonomia, con la piazza San Rocco gremita di gente in festa e sul balcone del Comune tutte le massime autorità civili, religiose, politiche e militari, Don Caramello prese la parola ringraziando tutti quelli che avevano dato il loro contributo per questa causa e disse: “Davanti a tutti i miei superiori mi assumo le mie responsabilità per la collaborazione data al Comitato per questa causa che ritengo giusta”.

Cosa voleva dire con questo il Priore? Dichiarava pubblicamente di aver collaborato con alcuni componenti del Comitato che erano comunisti e teniamo presente che in quegli anni i comunisti erano messi al bando dalla Chiesa.

 Gli ultimi anni

Ancora molte altre cose Don Caramello avrebbe voluto portare a termine, ma purtroppo la sua salute andava piano piano peggiorando. Lo ricordo negli ultimi tempi, quando era ricoverato all’ospedale Mauriziano. Siccome io lavoravo a Torino, la sera passavo a trovarlo e quando me ne andavo se si sentiva bene mi accompagnava sino all’uscita.

Una delle ultime sere in cui passai a trovarlo, era seduto nella sua camera e quando entrai gli chiesi: “Come va, Priore?” Lui mi rispose: “Hai presente una macchina con la carrozzeria nuova ma con un motore prossimo alla fusione? Ebbene, io sono così”. Ma subito dopo capivo che il motivo della sua preoccupazione non era la salute, ma tutto quello che ancora restava da fare a Villar Dora, per i giovani e per le persone anziane.

“Se Dio vuole, spero ancora di poter fare qualcosa” diceva, ma guardandolo in faccia, intanto che parlava, notavo quel volto scarno, quella voce così debole che a volte faceva una pausa per riprendere fiato. Lui, che quando stava ancora fisicamente bene considerava una passeggiata andare da Susa alla vetta del Rocciamelone e ritorno; lui, che aveva una così grande cantoria ma con la sua voce superava tutti nel canto; lui che era uno dei predicatori più acclamati, era ora evidente che stava per essere annientato da quel terribile male.  

 Don Caramello con un gruppo di conoscenti

 Il 22 settembre 1959 quel “motore”, come lui l’aveva definito, diede l’ultimo colpo e poi si fermò definitivamente e toccò a Don Renzo chiudere per sempre gli occhi al Priore, Lui che aveva assistito per notti intere e aveva chiuso gli occhi a molti villardoresi, aveva chiuso anche i suoi per sempre.

La sera in cui si recitò il suo rosario in chiesa, per poter accedere alla camera ardente, allestita nel salone della parrocchia, occorreva attendere moltissimo tempo perchè una grande moltitudine di gente, villardorese e non, voleva dare l’ultimo saluto a Don Caramello.

Il giorno del suo funerale era presente una gran folla, per accompagnare all’ultima dimora quella bara priva di fiori, così come aveva voluto lui, Erano presenti oltre cento sacerdoti, uomini politici di spicco come il senatore Sibille, tutte le cantorie della valle (a dare l’ultimo saluto al loro presidente), la banda musicale di Villar Dora, oltre cento bandiere e molti sindaci della valle con i loro gonfaloni. Il feretro fu portato a spalle dalla chiesa alla piazza del Comune, dove venne adagiato sui cavalletti e la banda intonò la marcia di Chopin. Quindi toccò al nuovo sindaco Franchino Martino, già componente del Comitato per il ritorno del Comune a Villar Dora, descrivere un po’ l’operato svolto da Don Caramello nei 25 anni trascorsi nella parrocchia. Proprio in quel momento fu consegnata ai suoi familiari la medaglia d’oro alla memoria e credo proprio che lui da vivo non l’avrebbe mai accettata. Dopo, il corteo funebre riprese il cammino verso il cimitero, con il feretro sempre portato a spalle. Credo che quando i primi entravano nel cimitero, gli ultimi fossero ancora a metà strada: mai una folla così si era vista ad un funerale a Villar Dora.

Volle essere sepolto nella terra, come la maggior parte dei villardoresi. Infatti prima di morire aveva detto: “Voglio che le mie ossa si confondano con le vostre…” La sua pietra tombale di marmo scuro con una grande croce fu riassestata due anni or sono, perchè il tempo e le intemperie l’avevano rovinata. Quando vado a fara visita al cimitero ai miei familiari, passo sempre a pregare sulla sua tomba e guardo quella foto, ormai logorata dal tempo; ma credo che mai per noi, ormai con i capelli bianchi, nè il tempo nè le intemperie riusciranno a scalfire il suo ricordo, perchè è racchiuso indelebile nel profondo del nostro cuore.

Nato a S. Antonino nel 1906, deceduto a Villar Dora il 22/09/1959.

 

Angelo Brunatto

 

Hanno collaborato:

  • Claudio Bert

  • Lucia Barra

  • Felice Coletto

  • Venuccia Girotto

  • Elio Richetto

  • Piera Richetto

  • Renato Vindrola

 

 

A Don Oreste Caramello

(nel decennale della sua morte)

 

Dieci anni son passati

da quel giorno, quel triste

giorno che pianse la tua morte

il popol tuo: i figli tuoi

sì amati dal tuo cuore.

Sapere, intelligenza, comprensione

e lavoro, rinunce, sacrifici

a noi donasti a piene mani

obliando te stesso,

pur sapendo che non reggeva

il cuore al greve peso

che t'eri imposto,

perchè i bimbi crescessero

con gioia, i giovani amassero

la vita con purezza di cuore

e gli adulti cercassero

nel bene la giusta via

che ritorna a Dio.

Troppo presto da noi

fosti diviso, don Caramello,

ma vivo, dentro noi, tu sei rimasto. 

Ed oggi a Villar Dora

c'è una casa

che splende del tuo nome:

è la casa dei giovani che amasti. 

Essa risuonerà di loro grida

gioconde, di vita

e di quei canti che c'insegnasti,

e con le voci giovanili e gaie

noi riudiremo la tua voce grave

che seppe consigliare ed ammonire

e ci donò conforto nel soffrire.

 

Lucia Barra

 

 

 

 

 

Villar Dora, 28 settembre 1997

 

Ricordi di Don Caramello

 Fra i tantissimi interventi che Don Caramello attuò nel periodo della sua permanenza nella parrocchia di Villar Dora a favore degli anziani e degli ammalati, ne ricorderò alcuni che mi sono stati descritti da persone che lui aveva aiutato, delle quali ometterò i nomi perchè così vollero fornendomi la testimonianza.

Il Priore tutti i giorni andava a far visita a tre fratelli villardoresi, che la sorte volle ammalati nel medesimo periodo. Un giorno il più giovane dei tre, che cominciava a stare meglio pur essendo ancora ammalato, disse al Priore : "Da alcuni giorni abbiamo il letame da togliere dalla stalla sotto le mucche, ma come facciamo?" Il Priore allora si tolse l'abito talare, si fece dare un paio di zoccoli, prese la carriola e da solo tolse il letame portandolo nel punto in cui veniva ammucchiato; quindi prese la paglia e rifece il letto nuovo, dopo di che si tolse gli zoccoli, calzò i suoi scarponi, si rimise l' abito talare e se ne tornò in parrocchia.

Un altro villardorese capofamiglia nei giorni della mietitura s'ammalò molto seriamente. Il Priore andò a trovarlo e vide che la moglie era preoccupata per la malattia del marito, ma anche per il grano che doveva essere tagliato, legato in fasci (gerbe) e portato a casa. Il Priore allora si fece condurre dal figlio dell'ammalato nel campo dove c'era il grano da mietere (nella zona Fornace, dov'è adesso il maneggio), tagliò il grano, lo raccolse ed il giorno dopo lo legò. Intanto arrivò la figlia dell'ammalato per avvertire che in Piazza San Rocco c'erano i tedeschi, che stavano cercando i partigiani. Allora il Priore le disse:" Sei capace di andare a casa, attaccare il tuo mulo al carro e portarlo qui?" Lei andò a casa, attaccò il mulo al carro e lo portò nel campo, così il Priore e i due giovani caricarono il grano, quindi la ragazza lo portò a casa, mentre il fratello ed il Priore presero la strada delle Piotere per non incontrare i tedeschi.

Chi ha conosciuto Don Caramello sapeva che era un accanito fumatore. Quando era libero da impegni, lo si vedeva sempre con la pipa accesa, che alle volte alternava con il sigaro toscano, ma dall'inizio della Quaresima sino al giorno di Pasqua la sua pipa ed il sigaro riposavano per 40 giorni, così da sempre.

 Un altro esempio della grande generosità di Don Caramello si può dedurre dall'episodio seguente. Un giorno sua sorella Giuseppina, che era molto esperta nel lavoro ai ferri, gli fece una maglia ed un paio di mutandoni spessi, dato che faceva freddo e lui cominciava già ad avere i primi acciacchi. Al lunedì mattina andando a riordinare la stanza del Priore, mise sul letto la maglia ed i mutandoni perchè come di consuetudine alla sera, andando a letto, il Priore si cambiava; ma il mattino seguente, andando a riordinare la sua stanza, non trovò nè la biancheria sporca nè quella pulita. Uscita sul cortile in cui noi ragazzi giocavamo sotto la sorveglianza del Priore, la sorella gli disse: "Priore, accidenti, dove hai messo la roba sporca che hai cambiato, chè non la trovo?" Lui, togliendosi la pipa dalla bocca, con il suo solito sorriso le rispose:" Non mi sono cambiato. Ieri è passato di qui un povero mendicante con gli abiti a pezzi, che batteva i denti dal freddo. Lo feci entrare, gli diedi un po' di latte caldo ed intanto che lui mangiava io andai in camera, presi i vestiti con cui dovevo cambiarmi e glieli donai. Io ho ancora indumenti per cambiarmi, ma lui no".

Don Oreste Caramello nel 1937 diede inizio in parrocchia ad un corso destinato ai ragazzi che, già in possesso della licenza elementare, desiderassero conseguire un diploma di scuola superiore. Tale corso si svolgeva ogni mattina dalle 9. 00 alle 12. 00 e comprendeva le seguenti materie: italiano, aritmetica, computisteria, dattilografia, francese, storia, geografia e scienze. Gli insegnanti erano Don Caramello stesso e la maestra Ermelinda Genta, ai quali più tardi si affiancò Don Foglia, rimpatriato dalla Francia e stabilitosi a Villar Dora. Il corso, previsto per tre anni, era frequentato da sette o otto ragazze che aspiravano a diventare segretarie d'azienda (un corso analogo era tenuto presso l'Istituto Sacro Cuore di Buttigliera Alta) e da alcuni ragazzi, ma dopo due anni ebbe termine, in quanto alcune allieve dovettero ritirarsi, perciò nemmeno gli altri ebbero la possibilità di conseguire il tanto sospirato diploma.

La domenica Don Caramello era sempre molto occupato: S. Messa alle ore 6.00, alle 7.30, e alle 11.00. Alle 15.00 c'erano i Vespri, poi la Benedizione, la scuola di canto e l'adunanza dei vari gruppi dell'Azione Cattolica. La sera, infine, nel salone dell'asilo, Don Caramello proiettava le diapositive sulla Storia Sacra. Saliva sul vecchio palco e proiettava contro il muro le immagini in bianco e nero soffermandosi in lunghi commenti, che dimostravano le sue approfondite conoscenze dell'argomento. Lo spettacolo, molto seguito, durava circa due ore e si svolgeva tutte le domeniche sera. C'è chi dice che Don Caramello lo facesse per proporre un'alternativa al cinema Sada di Almese che attirava molti spettatori.

"Non sono tanto i film sconvenienti, quanto l'ambiente" soleva dire Don Caramello, che cercava di scoraggiare i giovani dal recarsi al cinema.

Nel 1944 un contadino villardorese che si trovava nei campi in zona "Ciampas" venne colto da ictus mentre stava seminando le patate. La moglie, vedendo che si trattava di una cosa seria, lo fece salire sul carro e il figlio lo accompagnò a casa. La moglie, in bicicletta, corse a chiamare il dottore e il Priore.

Venne per primo il Priore, il quale, visto l'ammalato, disse subito di mettergli la borsa del ghiaccio in testa e una bottiglia di acqua calda ai piedi. L'una e l'altra non erano in casa, perciò la figlia corse da una vicina a farsi prestare la borsa e dal macellaio a farsi dare il ghiaccio, poi riempì una bottiglia d’ottone d’acqua calda e la mise ai piedi dell’ammalato. Quando finalmente arrivò il dottor Natale, fece i complimenti a Don Caramello per i consigli dati, che erano stati veramente opportuni. Infatti per il momento l’emorragia cerebrale si era fermata. L’ammalato morì un anno dopo, ma per tutto il periodo della degenza Don Caramello passò ogni giorno a trovarlo, fermandosi a conversare con lui.

Tutti gli anni, alla fine di luglio, Don Caramello organizzava una gita al Collombardo, che molti villardoresi ancora oggi ricordano con piacere, come appare da questa testimonianza.

“Si partiva da VillarDora in piazza della Chiesa alle 5 del mattino. In bicicletta bambine e ragazze si andava fino a Caprie, si lasciavano le biciclette in parrocchia e si proseguiva a piedi fino al Laietto, dove si faceva la prima tappa. Sempre accompagnate da Don Caramello e sua sorella Giuseppina proseguivamo la salita chiacchierando e cantando fino al bel pianoro del Collombardo, dove c’è il Santuario a quota 1900 m., con l’intenzione di rimanerci per una settimana.

La notte si dormiva nel rifugio sulla paglia fresca e pulita che il Priore aveva fatto portare precedentemente dal Laietto. Il mattino la sveglia era prestissimo, poi ci si recava ad una fontana di acqua gelida a lavarsi la faccia, mentre due di noi scendevano col secchio giù alle baite dove c’erano le mandrie a prendere il latte per la colazione. Quindi si andava a Messa nella chiesa del Santuario dedicato alla Madonna della Neve, dopo di che si faceva una bella passeggiata in salita fino al monte Civrari ad oltre 2000 m.

Si consumava il pranzo al sacco presso una fontana ed al pomeriggio ci si riposava leggendo, lavorando a maglia, chiacchierando e cantando le belle canzoni che ci aveva insegnato il Priore, mentre i campani delle mucche poco distanti ci accompagnavano con il loro suono. All’ora della merenda Giuseppina ci preparava fette di pane con burro e marmellata e, a cena, minestra calda al latte e formaggio.

La settimana trascorreva in un attimo e si faceva buona provvista di aria salubre e di buon umore. Al ritorno si passava ancora a salutare la Madonna della Rocca Sella, prima di tornare a casa.

L’ultima grande fatica che il Priore portò a termine assieme agli uomini del Comitato fu quella di ripristinare il Comune di Villar Dora che era stata unificata con Almese, di cui era diventata una frazione dal 1927.

Già dal 1945, subito dopo la Liberazione, si era formato un Comitato con l’obiettivo di riportare a Villar Dora il Comune, com’era prima del 1927. Detto Comitato era formato da: Don Caramello, Franchino Martino, Felice Richetto, Gaspare Coletto, Giuseppe Coletto, Edoardo Ferrero, Mario Richetto, Giuseppe Ferrero, Crescentino Grande e Adorno Ladini. Questo Comitato lavorò assiduamente fin dal 1945 e, grazie alla sua attività, l’11 aprile 1955 Villar Dora ridiventò comune autonomo, con la firma del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Il giorno dei festeggiamenti per il ritorno del Comune alla sua autonomia, con la piazza San Rocco gremita di gente in festa e sul balcone del Comune tutte le massime autorità civili, religiose, politiche e militari, Don Caramello prese la parola ringraziando tutti quelli che avevano dato il loro contributo per questa causa e disse: “Davanti a tutti i miei superiori mi assumo le mie responsabilità per la collaborazione data al Comitato per questa causa che ritengo giusta”.

Cosa voleva dire con questo il Priore? Dichiarava pubblicamente di aver collaborato con alcuni componenti del Comitato che erano comunisti e teniamo presente che in quegli anni i comunisti erano messi al bando dalla Chiesa.

Ancora molte altre cose Don Caramello avrebbe voluto portare a termine, ma purtroppo la sua salute andava piano piano peggiorando. Lo ricordo negli ultimi tempi, quando era ricoverato all’ospedale Mauriziano. Siccome io lavoravo a Torino, la sera passavo a trovarlo e quando me ne andavo se si sentiva bene mi accompagnava sino all’uscita. Una delle ultime sere in cui passai a trovarlo, era seduto nella sua camera e quando entrai gli chiesi: “Come va, Priore?” Lui mi rispose: “Hai presente una macchina con la carrozzeria nuova ma con un motore prossimo alla fusione? Ebbene, io sono così”. Ma subito dopo capivo che il motivo della sua preoccupazione non era la salute, ma tutto quello che ancora restava da fare a Villar Dora, per i giovani e per le persone anziane.

“Se Dio vuole, spero ancora di poter fare qualcosa” diceva, ma guardandolo in faccia, intanto che parlava, notavo quel volto scarno, quella voce così debole che a volte faceva una pausa per riprendere fiato. Lui, che quando stava ancora fisicamente bene considerava una passeggiata andare da Susa alla vetta del Rocciamelone e ritorno; lui, che aveva una così grande cantoria ma con la sua voce superava tutti nel canto; lui che era uno dei predicatori più acclamati, era ora evidente che stava per essere annientato da quel terribile male.

Il 22 settembre 1959 quel “motore”, come lui l’aveva definito, diede l’ultimo colpo e poi si fermò definitivamente e toccò a Don Renzo chiudere per sempre gli occhi al Priore, Lui che aveva assistito per notti intere e aveva chiuso gli occhi a molti villardoresi, aveva chiuso anche i suoi per sempre.

La sera in cui si recitò il suo rosario in chiesa, per poter accedere alla camera ardente, allestita nel salone della parrocchia, occorreva attendere moltissimo tempo perchè una grande moltitudine di gente, villardorese e non, voleva dare l’ultimo saluto a Don Caramello.

Il giorno del suo funerale era presente una gran folla, per accompagnare all’ultima dimora quella bara priva di fiori, così come aveva voluto lui, Erano presenti oltre cento sacerdoti, uomini politici di spicco come il senatore Sibille, tutte le cantorie della valle (a dare l’ultimo saluto al loro presidente), la banda musicale di Villar Dora, oltre cento bandiere e molti sindaci della valle con i loro gonfaloni. Il feretro fu portato a spalle dalla chiesa alla piazza del Comune, dove venne adagiato sui cavalletti e la banda intonò la marcia di Chopin. Quindi toccò al nuovo sindaco Franchino Martino, già componente del Comitato per il ritorno del Comune a Villar Dora, descrivere un po’ l’operato svolto da Don Caramello nei 25 anni trascorsi nella parrocchia. Proprio in quel momento fu consegnata ai suoi familiari la medaglia d’oro alla memoria e credo proprio che lui da vivo non l’avrebbe mai accettata. Dopo, il corteo funebre riprese il cammino verso il cimitero, con il feretro sempre portato a spalle. Credo che quando i primi entravano nel cimitero, gli ultimi fossero ancora a metà strada: mai una folla così si era vista ad un funerale a Villar Dora.

Volle essere sepolto nella terra, come la maggior parte dei villardoresi. Infatti prima di morire aveva detto: “Voglio che le mie ossa si confondano con le vostre…” La sua pietra tombale di marmo scuro con una grande croce fu riassestata due anni or sono, perchè il tempo e le intemperie l’avevano rovinata. Quando vado a fara visita al cimitero ai miei familiari, passo sempre a pregare sulla sua tomba e guardo quella foto, ormai logorata dal tempo; ma credo che mai per noi, ormai con i capelli bianchi, nè il tempo nè le intemperie riusciranno a scalfire il suo ricordo, perchè è racchiuso indelebile nel profondo del nostro cuore.

Nato a S. Antonino nel 1906, deceduto a Villar Dora il 22/09/1959.

Angelo Brunatto