Ricordi di Don Caramello
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Oreste Caramello entrò in seminario il 4 novembre 1918 all’età di 12 anni. Frequentò 3 anni di ginnasio e 3 di liceo fra Susa e Chieri. Fu assistente per ben 5 anni e quindi suddiacono e fu chiamato ad insegnare nel ginnasio superiore. Appena sacerdote, dopo aver conseguito la laurea in teologia a pieni voti, fu chiamato ad insegnare chimica e scienze in liceo.

L’arrivo a
Villar Dora
In quel giorno tutta la comunità villardorese si preparava a
ricevere il nuovo priore Don Oreste Caramello. Tutte le strade in cui sarebbe
passato il corteo erano state addobbate con fiori e drappi tesi ai balconi
delle case prospicienti la strada.
Il punto d’incontro era stato posto nella zona della fornace
dove una grande folla era in attesa dell’arrivo del parroco, schierata ai
lati di Via Sant’Ambrogio. Quando arrivò l’auto sulla quale viaggiava e si
fermò, il priore scese ed un grande applauso lo accolse. Quindi si formò un
corteo che si avviò da Via Sant’Ambrogio, attraverso Via San Vincenzo fino
alla chiesa, dove si svolse il ricevimento ufficiale in cui il priore prese
possesso della sua parrocchia e celebrò la sua messa cantata.
Subito con il suo comportamento piacque ai villardoresi e seppe
accattivarsi la benevolenza della popolazione con la sua simpatia e la sollecitudine
dimostrata nei confronti delle persone anziane o malate. In particolare s’interessò
dei ragazzi e dei giovani, che nei momenti liberi da impegni di scuola o di
lavoro si recavano in parrocchia a giocare.
La sua prima preoccupazione fu infatti quella di dare la possibilità
ai giovani di divertirsi in parrocchia: ecco allora che il cortile di questa
si traformò in un piccolo campo di calcio e gioco da bocce. Ogni volta che
il pallone era sgonfio si ricorreva al priore perchè lo gonfiasse; nelle stanzette
a piano terra cui si accedeva dal cortile si poteva giocare a carte o a dama,
mentre la sorella del priore, Giuseppina, intratteneva i più piccoli raccontando
loro delle storie.
Dal giorno in cui arrivò a Villar Dora la parrocchia fu aperta
a tutte le persone che avevano problemi e non erano in grado di risolverli,
tenendo conto che il livello medio di instruzione allora arrivava alla terza
elementare. Il priore inoltre si prese subito a cuore le persone anziane e
quelle ammalate e, quasi tutti i giorni, quando era libero da altri impegni,
passava a far loro visita.
Fra i tantissimi interventi che Don Caramello attuò nel periodo
della sua permanenza nella parrocchia di Villar Dora a favore degli anziani
e degli ammalati, ne ricorderò alcuni che mi sono stati descritti da persone
che lui aveva aiutato, delle quali ometterò i nomi perchè così vollero fornendomi
la testimonianza.
Il Priore tutti i giorni andava a far visita a tre fratelli
villardoresi, che la sorte volle ammalati nel medesimo periodo. Un giorno
il più giovane dei tre, che cominciava a stare meglio pur essendo ancora ammalato,
disse al Priore : "Da alcuni giorni abbiamo il letame da togliere dalla
stalla sotto le mucche, ma come facciamo?" Il Priore allora si tolse
l'abito talare, si fece dare un paio di zoccoli, prese la carriola e da solo
tolse il letame portandolo nel punto in cui veniva ammucchiato; quindi prese
la paglia e rifece il letto nuovo, dopo di che si tolse gli zoccoli, calzò
i suoi scarponi, si rimise l'abito talare e se ne tornò in parrocchia.
Un altro villardorese capofamiglia nei giorni della mietitura
s'ammalò molto seriamente. Il Priore andò a trovarlo e vide che la moglie
era preoccupata per la malattia del marito, ma anche per il grano che doveva
essere tagliato, legato in fasci (gerbe) e portato a casa. Il Priore allora
si fece condurre dal figlio dell'ammalato nel campo dove c'era il grano da
mietere (nella zona della fornace, dov'è adesso il maneggio), tagliò il grano,
lo raccolse ed il giorno dopo lo legò. Intanto arrivò la figlia dell'ammalato
per avvertire che in Piazza San Rocco c'erano i tedeschi, che stavano cercando
i partigiani. Allora il Priore le disse: "Sei capace di andare a casa,
attaccare il tuo mulo al carro e portarlo qui?" Lei andò a casa, attaccò
il mulo al carro e lo portò nel campo, così il Priore e i due giovani caricarono
il grano, quindi la ragazza lo portò a casa, mentre il fratello ed il Priore
presero la strada delle Piotere per non incontrare i tedeschi.
Un altro esempio della grande generosità di Don Caramello si
può dedurre dall'episodio seguente. Un giorno sua sorella Giuseppina, che
era molto esperta nel lavoro ai ferri, gli fece una maglia ed un paio di mutandoni
spessi, dato che faceva freddo e lui cominciava già ad avere i primi acciacchi.
Al lunedì mattina andando a riordinare la stanza del Priore, mise sul letto
la maglia ed i mutandoni perchè come di consuetudine alla sera, andando a
letto, il Priore si cambiava; ma il mattino seguente, andando a riordinare
la sua stanza, non trovò nè la biancheria sporca nè quella pulita. Uscita
sul cortile in cui noi ragazzi giocavamo sotto la sorveglianza del Priore,
la sorella gli disse: "Priore, accidenti, dove hai messo la roba sporca
che hai cambiato, chè non la trovo?" Lui, togliendosi la pipa dalla bocca,
con il suo solito sorriso le rispose:" Non mi sono cambiato. Ieri è passato
di qui un povero mendicante con gli abiti a pezzi, che batteva i denti dal
freddo. Lo feci entrare, gli diedi un po' di latte caldo ed intanto che lui
mangiava io andai in camera, presi i vestiti con cui dovevo cambiarmi e glieli
donai. Io ho ancora indumenti per cambiarmi, ma lui no".
Nel 1944 un contadino villardorese che si trovava nei campi
in zona "Ciampas" venne colto da ictus mentre stava seminando le
patate. La moglie, vedendo che si trattava di una cosa seria, lo fece salire
sul carro e il figlio lo accompagnò a casa. La moglie, in bicicletta, corse
a chiamare il dottore e il Priore. Venne
per primo il Priore, il quale, visto l'ammalato, disse subito di mettergli
la borsa del ghiaccio in testa e una bottiglia di acqua calda ai piedi. L'una
e l'altra non erano in casa, perciò la figlia corse da una vicina a farsi
prestare la borsa e dal macellaio a farsi dare il ghiaccio, poi riempì una
bottiglia d’ottone d’acqua calda e la mise ai piedi dell’ammalato. Quando
finalmente arrivò il dottor Natale, fece i complimenti a Don Caramello per
i consigli dati, che erano stati veramente opportuni. Infatti per il momento
l’emorragia cerebrale si era fermata. L’ammalato morì un anno dopo, ma per
tutto il periodo della degenza Don Caramello passò ogni giorno a trovarlo,
fermandosi a conversare con lui.
La domenica Don Caramello era sempre molto occupato: S. Messa
alle ore 6.00, alle 7.30, e alle 11.00. Alle 15.00 c'erano i Vespri, poi la
Benedizione, la scuola di canto e l'adunanza dei vari gruppi dell'Azione Cattolica.
La sera, infine, nel salone dell'asilo, Don Caramello proiettava le diapositive
sulla Storia Sacra. Saliva sul vecchio palco e proiettava contro il muro le
immagini in bianco e nero soffermandosi in lunghi commenti, che dimostravano
le sue approfondite conoscenze dell'argomento. Lo spettacolo, molto seguito,
durava circa due ore e si svolgeva tutte le domeniche sera. C'è chi dice che
Don Caramello lo facesse per proporre un'alternativa al cinema Sada di Almese
che attirava molti spettatori. "Non sono tanto i film sconvenienti, quanto
l'ambiente" soleva dire Don Caramello, che cercava di scoraggiare i giovani
dal recarsi al cinema.
Una volta la settimana, al Giovedì, si recava a celebrare la
Messa a Montecomposto nella cappella di Santa Lucia, percorrendo a piedi l’unica
strada che collegava allora la borgata al capoluogo. Ricorda un testimone:
”Quando eravamo liberi da impegni di scuola, come al Giovedì, che era giorno
di vacanza, il priore portava anche assieme alcuni di noi, per servire la
Santa Messa”. D’estate era per noi una gita percorrere quella mulattiera a
piedi. Nel periodo invernale, invece, quando la coltre di neve ci permetteva
di camminare, andavamo su con la slitta in spalle; dopo la Messa il priore
andava a trovare le famiglie che abitavano a Montecomposto e borgata Bert
e, nell’attesa, noi andavamo con la slitta a divertirci nei prati dietro la
cappella. Al ritorno, ripercorrendo la mulattiera verso casa, noi salivamo
sulle slitte nei percorsi in discesa; nei tratti in cui la strada era pianeggiante,
invece, il priore prendeva in mano la corda della prima slitta e, tirando
questa, anche la seconda e la terza venivano trainate, essendo tutte collegate
una all’altra. Nel periodo estivo, due giorni alla settimana il priore ci
portava nel torrente Messa a fare il bagno. Si partiva dalla parrocchia subito
dopo pranzo e si andava a piedi sino a Malatrait e poi, percorrendo il sentiero,
sino al torrente. A volte eravamo anche 15 o 20 ragazzi”.

Tutti gli anni, alla fine di luglio, Don Caramello organizzava
una gita al Collombardo, che molti villardoresi ancora oggi ricordano con
piacere, come appare da questa testimonianza.
“Si partiva da VillarDora in piazza della Chiesa alle 5 del
mattino. In bicicletta bambine e ragazze si andava fino a Caprie, si lasciavano
le biciclette in parrocchia e si proseguiva a piedi fino al Laietto, dove
si faceva la prima tappa. Sempre accompagnate da Don Caramello e sua sorella
Giuseppina proseguivamo la salita chiacchierando e cantando fino al bel pianoro
del Collombardo, dove c’è il Santuario a quota 1900 m., con l’intenzione di
rimanerci per una settimana.
La notte si dormiva nel rifugio sulla paglia fresca e pulita
che il Priore aveva fatto portare precedentemente dal Laietto. Il mattino
la sveglia era prestissimo, poi ci si recava ad una fontana di acqua gelida
a lavarsi la faccia, mentre due di noi scendevano col secchio giù alle baite
dove c’erano le mandrie a prendere il latte per la colazione. Quindi si andava
a Messa nella chiesa del Santuario dedicato alla Madonna degli Angeli, dopo
di che si faceva una bella passeggiata in salita fino al monte Civrari ad
2302 m di altezza.
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in cima al
Civrari (sinistra) ed al Rocciamelone (destra)

La settimana trascorreva in un attimo e si faceva buona provvista
di aria salubre e di buon umore. Al ritorno si passava ancora a salutare la
Madonna della Rocca Sella, prima di tornare a casa.

Don Caramello, inoltre, fu per molti anni insegante di religione
presso le scuole elementari di Villar Dora, come appare da questa testimonianza
della maestra Lucia Barra.
"Don Caramello veniva al mattino nelle classi prima delle
lezioni scolastiche per insegnare religione agli allievi. lo ero la sua 57a
scolara e ascoltavo intenta la sua bella voce baritonale che parlava di un
Dio misericordioso e di pace, di carità, d'amore cristiano, di pazienza e
di speranza e questo era balsamo sui miei dispiaceri, guida al bene nel mio
lavoro non lieve nè facile. Don Caramello m'insegnò la pazienza, la costanza,
la giustizia contribuì a rafforzare la mia fede in Dio, mi spronò a compiere
il mio dovere di maestra, mi confortò alla morte dei miei genitori quando
rimasi sola.
Sono stata Maestra a Villardora durante trent'anni e per 21
anni Don Caramello fu il mio Parroco fino alla Sua morte.
Egli fu sempre il nostro insegnante di religione e ci istruì
pure un poco in musica che, con la montagna, era la sua passione; ricordo
le confessioni e le Comunioni per tutti gli scolari durante la S. Pasqua,
il Natale e le altre feste importanti. Mi esalta ancora quel senso di mistica
gioia che egli sapeva trasmettere a queste manifestazioni di fede che ci rendevano
sereni e migliori con il desiderio d'essere buoni.
lo ricordo pure le belle gite con i miei ragazzi (maschi e femminucce)
sui monti circostanti con il nostro amato Parroco che era nostra guida fisica
e spirituale: a San Pancrazio, alla Sacra di San Michele, a Beaulard, al Musiné,
alla Torre del Colle. Ricordo i lieti spuntini sui prati o nei boschi con
il semplice cibo portato da casa e i bambini che a gara offrivano a Don Caramello
e a me le loro semplici cose con affetto Ricordo i canti degli Alpini e quelli
della montagna in coro guidati dalla straordinaria indimenticabile voce di
Don Caramello, di questo sacerdote che parlava sette lingue, che aveva una
cultura eccezionale; professore in lettere e insegnava latino, italiano matamatica,
scienze, storia, ecc. che sapeva ogni cosa e tutto insegnava con semplice
umiltà e pazienza.
E ancora mi sovviene quando con i ragazzi giocava al pallone
nelle radure, durante le passeggiate ed era così vitale, così semplice e umano
con quel fazzoletto bianco e i quattro nodiní intorno alla testa per tenerlo
fermo, evitando il sole cocente. Ricordo
com'era gioviale, semplice, umano e poetico e, nel medesimo tempo, austero
e nobile.
Don Caramello è uno dei più bei ricordi della mia lunga vita
e, forse, dal cielo mi ha aiutata, perchè vivere non è facile nè gioioso,
pure amando la vita e ringraziando Dio che ce l'ha donata".

Un lavoro importante di don Caramello a Villar Dora fu il rifacimento
completo della Chiesa, necessario a causa delle precarie condizioni. Egli
radunò i capi famiglia ed alcuni impresari edili e muratori, espose loro la
situazione e chiese: ”Vogliamo unire le nostre forze per rifare la nostra
chiesa?”. Ebbe allora dai convenuti il massimo consenso. Anche se nelle case
di molti villardoresi non c’era abbondanza, tutti diedero il loro contributo,
sia in forza lavoro che in denaro e cominciò così la ricostruzione della chiesa.
La mattina, dopo aver celebrato la Messa, il priore con il suo
carro agricolo, assieme agli altri carrettieri andava nel letto della Dora
a caricare sabbia e ghiaia, oppure alla stazione di Sant’Ambrogio a caricare
il cemento che arrivava sul carro ferroviario ed il tutto veniva portato alla
chiesa. Tutti i giorni si notava una colonna di carri che andava e veniva
dalla chiesa alla Dora. I ragazzini cercavano di individuare il punto in cui
si trovava il priore con il suo carro in mezzo agli altri, dato che lui portava
in testa un berretto bianco. Quando veniva richiesta dai muratori della sabbia
fine, il priore, come tutti gli altri, nell’alveo della Dora passava al setaccio
la sabbia da cui veniva escluso il pietrisco.
A San Marco, nel mese di maggio, per tre giorni consecutivi,
dopo la Santa Messa delle ore 6 si partiva in processione con la croce. Il
primo giorno si andava alla Borgionera per la "stra dle pere" fino
alla cappella di San Martino, il giorno seguente al "Pilon di Saron"
ed il terzo giorno a Torre del Colle ed a Borgata Molino. Don Caramello dava
la benedizione ai campi con l'aspersorio ed invocava la protezione divina
contro la grandine ed altre calamità che avrebbero potuto distruggere i raccolti.
Queste processioni si chiamavano "Rogazioni".

Durante la seconda guerra mondiale molti uomini della comunità
villardorese vennero richiamati alle armi ed in alcune famiglie rimasero solo
le persone anziane e le donne. In quegli anni la maggior parte dei villardoresi
oltre a lavorare nelle fabbriche lavorava anche nei campi e, come minimo,
nella stalla aveva una mucca, per cui oltre al lavoro dei campi vi era anche
quello dei prati: tagliare ed accudire il fieno e portarlo, una volta seccato,
nei fienili, tenendo presente che allora tutte queste oprerazioni venivano
svolte a mano. Molte volte, dopo la Messa, si vedeva il priore con la falce
a spalle, in bicicletta, recarsi nei prati a tagliare il fieno ed accudirlo,
per poi portarlo a casa di quelle famiglie impossibilitate a svolgere questi
lavoro per mancanza di uomini.
Durante la guerra di liberazione i primi contatti tra partigiani
avvennero proprio in parrocchia. Don Caramello era presente ogni qual volta
qualche villardorese veniva preso dai tedeschi o dai fascisti ed imprigionato,
in attesa di essere inviato nei campi di concentramento in Germania. Lui s’informava
dov’erano e si presentava al comando cercando di farli liberare. Una volta
i tedeschi arrivarono in parrocchia. Era l’ultimo giorno dell’anno 1944 ed
il priore aveva invitato tutta la cantoria di Villar Dora per un brindisi
all’anno nuovo. Proprio in quel momento arrivarono i tedeschi e prelevarono
i presenti; a nulla valsero le parole del priore che cercava di far capire
che quegli uomini non erano partigiani, ma componenti della cantoria parrocchiale.
Le persone prelevate vennero condotte ad Avigliana in attesa di essere inviate
in Germania. Il priore si presentò allora al comando tedesco di Avigliana
per cercare di far liberare i prigionieri, ma a nulla valsero le sue parole.
Allora disse al comandante: ”Prendete me ma lasciate loro”, ma anche questo
tentativo fu vano. Il priore dovette tornare a Villar Dora amareggiato per
non aver potuto riportare a casa gli ostaggi. Si mise perciò in comunicazione
con tutte le persone che potevano aiutarlo ed una di queste gli consegnò una
lettera chiusa da portare al comando tedesco. Il mattino seguente, appena
cessato il coprifuoco, il priore prese la bicicletta e ritornò al comando
di Avigliana, dove consegnò la lettera al responsabile della guarnigione.
Dopo averla letta, il comandante ordinò di liberare i prigionieri. Questa
volta don Caramello ritornò in parrocchia felice, perchè assieme a lui vi
erano anche i cantori.
Chi ha conosciuto Don Caramello sapeva che era un accanito fumatore.
Quando era libero da impegni, lo si vedeva sempre con la pipa accesa, che
alle volte alternava con il sigaro toscano, ma dall'inizio della Quaresima
sino al giorno di Pasqua la sua pipa ed il sigaro riposavano per 40 giorni,
così da sempre.
Nelle giornate in cui non aveva impegni fuori paese (ed erano
poche) verso le ore 11:30 immancabilmente andava ad attingere l’acqua alla
fontana Cinà, con la sua inseparabile pipa e, nella tasca dell’abito talare
il termos. Mentre percorreva la strada dalla parrocchia alla fontana passava
a fare visita agli anziani, agli ammalati e, lungo la strada, si fermava a
parlare con ogni persona che incontrava, e ad ognuna sapeva dare conforto
e sollievo.
Aveva una vera passione per la montagna. Scalatore nato, possedeva
una decina di paia di scarponi di tutte le fogge, che immancabilmente ogni
Giovedì ingrassava e metteva ad asciugare nei pressi della sua porta. A 28
anni aveva già compiuto 52 salite al Rocciamelone ed in seguito guidò ancora
schiere di giovani sulla vetta.
L’ultima grande fatica che il Priore portò a termine assieme
agli uomini del Comitato fu quella di ripristinare il Comune di Villar Dora
che era stata unificata con Almese, di cui era diventata una frazione dal
1927.
Già dal 1945, subito dopo la Liberazione, si era formato un
Comitato con l’obiettivo di riportare a Villar Dora il Comune, com’era prima
del 1927. Detto Comitato era formato da: Don Caramello, Franchino Martino,
Felice Richetto, Gaspare Coletto, Giuseppe Coletto, Edoardo Ferrero, Mario
Richetto, Giuseppe Ferrero, Crescentino Grande e Adorno Ladini. Questo Comitato
lavorò assiduamente fin dal 1945 e, grazie alla sua attività, l’11 aprile
1955 Villar Dora ridiventò comune autonomo, con la firma del Presidente della
Repubblica Luigi Einaudi.


Cosa voleva dire con questo il Priore? Dichiarava pubblicamente
di aver collaborato con alcuni componenti del Comitato che erano comunisti
e teniamo presente che in quegli anni i comunisti erano messi al bando dalla
Chiesa.
Ancora molte altre cose Don Caramello avrebbe voluto portare
a termine, ma purtroppo la sua salute andava piano piano peggiorando. Lo ricordo
negli ultimi tempi, quando era ricoverato all’ospedale Mauriziano. Siccome
io lavoravo a Torino, la sera passavo a trovarlo e quando me ne andavo se
si sentiva bene mi accompagnava sino all’uscita.
Una delle ultime sere in cui passai a trovarlo, era seduto nella
sua camera e quando entrai gli chiesi: “Come va, Priore?” Lui mi rispose:
“Hai presente una macchina con la carrozzeria nuova ma con un motore prossimo
alla fusione? Ebbene, io sono così”. Ma subito dopo capivo che il motivo della
sua preoccupazione non era la salute, ma tutto quello che ancora restava da
fare a Villar Dora, per i giovani e per le persone anziane.
“Se Dio vuole, spero ancora di poter fare qualcosa” diceva,
ma guardandolo in faccia, intanto che parlava, notavo quel volto scarno, quella
voce così debole che a volte faceva una pausa per riprendere fiato. Lui, che
quando stava ancora fisicamente bene considerava una passeggiata andare da
Susa alla vetta del Rocciamelone e ritorno; lui, che aveva una così grande
cantoria ma con la sua voce superava tutti nel canto; lui che era uno dei
predicatori più acclamati, era ora evidente che stava per essere annientato
da quel terribile male.

La sera in cui si recitò il suo rosario in chiesa, per poter
accedere alla camera ardente, allestita nel salone della parrocchia, occorreva
attendere moltissimo tempo perchè una grande moltitudine di gente, villardorese
e non, voleva dare l’ultimo saluto a Don Caramello.
Il giorno del suo funerale era presente una gran folla, per
accompagnare all’ultima dimora quella bara priva di fiori, così come aveva
voluto lui, Erano presenti oltre cento sacerdoti, uomini politici di spicco
come il senatore Sibille, tutte le cantorie della valle (a dare l’ultimo saluto
al loro presidente), la banda musicale di Villar Dora, oltre cento bandiere
e molti sindaci della valle con i loro gonfaloni. Il feretro fu portato a
spalle dalla chiesa alla piazza del Comune, dove venne adagiato sui cavalletti
e la banda intonò la marcia di Chopin. Quindi toccò al nuovo sindaco Franchino
Martino, già componente del Comitato per il ritorno del Comune a Villar Dora,
descrivere un po’ l’operato svolto da Don Caramello nei 25 anni trascorsi
nella parrocchia. Proprio in quel momento fu consegnata ai suoi familiari
la medaglia d’oro alla memoria e credo proprio che lui da vivo non l’avrebbe
mai accettata. Dopo, il corteo funebre riprese il cammino verso il cimitero,
con il feretro sempre portato a spalle. Credo che quando i primi entravano
nel cimitero, gli ultimi fossero ancora a metà strada: mai una folla così
si era vista ad un funerale a Villar Dora.
Volle essere sepolto nella terra, come la maggior parte dei
villardoresi. Infatti prima di morire aveva detto: “Voglio che le mie ossa
si confondano con le vostre…” La sua pietra tombale di marmo scuro con una
grande croce fu riassestata due anni or sono, perchè il tempo e le intemperie
l’avevano rovinata. Quando vado a fara visita al cimitero ai miei familiari,
passo sempre a pregare sulla sua tomba e guardo quella foto, ormai logorata
dal tempo; ma credo che mai per noi, ormai con i capelli bianchi, nè il tempo
nè le intemperie riusciranno a scalfire il suo ricordo, perchè è racchiuso
indelebile nel profondo del nostro cuore.
Nato a S. Antonino nel 1906, deceduto a Villar Dora il 22/09/1959.
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Angelo Brunatto Hanno collaborato:
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A Don Oreste Caramello (nel decennale della sua morte) Dieci anni son passati da quel giorno, quel triste giorno che pianse la tua morte il popol tuo: i figli tuoi sì amati dal tuo cuore. Sapere, intelligenza, comprensione e lavoro, rinunce, sacrifici a noi donasti a piene mani obliando te stesso, pur sapendo che non reggeva il cuore al greve peso che t'eri imposto, perchè i bimbi crescessero con gioia, i giovani amassero la vita con purezza di cuore e gli adulti cercassero nel bene la giusta via che ritorna a Dio. Troppo presto da noi fosti diviso, don Caramello, ma vivo, dentro noi, tu sei rimasto. Ed oggi a Villar Dora c'è una casa che splende del tuo nome: è la casa dei giovani che amasti. Essa risuonerà di loro grida gioconde, di vita e di quei canti che c'insegnasti, e con le voci giovanili e gaie noi riudiremo la tua voce grave che seppe consigliare ed ammonire e ci donò conforto nel soffrire. Lucia Barra |
Villar Dora,
28 settembre 1997
Ricordi
di Don Caramello
Fra
i tantissimi interventi che Don Caramello attuò nel periodo della sua permanenza
nella parrocchia di Villar Dora a favore degli anziani e degli ammalati, ne
ricorderò alcuni che mi sono stati descritti da persone che lui aveva aiutato,
delle quali ometterò i nomi perchè così vollero fornendomi la testimonianza.
Il
Priore tutti i giorni andava a far visita a tre fratelli villardoresi, che la
sorte volle ammalati nel medesimo periodo. Un giorno il più giovane dei tre,
che cominciava a stare meglio pur essendo ancora ammalato, disse al Priore :
"Da alcuni giorni abbiamo il letame da togliere dalla stalla sotto le mucche,
ma come facciamo?" Il Priore allora si tolse l'abito talare, si fece dare
un paio di zoccoli, prese la carriola e da solo tolse il letame portandolo nel
punto in cui veniva ammucchiato; quindi prese la paglia e rifece il letto nuovo,
dopo di che si tolse gli zoccoli, calzò i suoi scarponi, si rimise l' abito
talare e se ne tornò in parrocchia.
Un
altro villardorese capofamiglia nei giorni della mietitura s'ammalò molto seriamente.
Il Priore andò a trovarlo e vide che la moglie era preoccupata per la malattia
del marito, ma anche per il grano che doveva essere tagliato, legato in fasci
(gerbe) e portato a casa. Il Priore allora si fece condurre dal figlio dell'ammalato
nel campo dove c'era il grano da mietere (nella zona Fornace, dov'è adesso il
maneggio), tagliò il grano, lo raccolse ed il giorno dopo lo legò. Intanto arrivò
la figlia dell'ammalato per avvertire che in Piazza San Rocco c'erano i tedeschi,
che stavano cercando i partigiani. Allora il Priore le disse:" Sei capace
di andare a casa, attaccare il tuo mulo al carro e portarlo qui?" Lei andò
a casa, attaccò il mulo al carro e lo portò nel campo, così il Priore e i due
giovani caricarono il grano, quindi la ragazza lo portò a casa, mentre il fratello
ed il Priore presero la strada delle Piotere per non incontrare i tedeschi.
Chi
ha conosciuto Don Caramello sapeva che era un accanito fumatore. Quando era
libero da impegni, lo si vedeva sempre con la pipa accesa, che alle volte alternava
con il sigaro toscano, ma dall'inizio della Quaresima sino al giorno di Pasqua
la sua pipa ed il sigaro riposavano per 40 giorni, così da sempre.
Un
altro esempio della grande generosità di Don Caramello si può dedurre dall'episodio
seguente. Un giorno sua sorella Giuseppina, che era molto esperta nel lavoro
ai ferri, gli fece una maglia ed un paio di mutandoni spessi, dato che faceva
freddo e lui cominciava già ad avere i primi acciacchi. Al lunedì mattina andando
a riordinare la stanza del Priore, mise sul letto la maglia ed i mutandoni perchè
come di consuetudine alla sera, andando a letto, il Priore si cambiava; ma il
mattino seguente, andando a riordinare la sua stanza, non trovò nè la biancheria
sporca nè quella pulita. Uscita sul cortile in cui noi ragazzi giocavamo sotto
la sorveglianza del Priore, la sorella gli disse: "Priore, accidenti, dove
hai messo la roba sporca che hai cambiato, chè non la trovo?" Lui, togliendosi
la pipa dalla bocca, con il suo solito sorriso le rispose:" Non mi sono
cambiato. Ieri è passato di qui un povero mendicante con gli abiti a pezzi,
che batteva i denti dal freddo. Lo feci entrare, gli diedi un po' di latte caldo
ed intanto che lui mangiava io andai in camera, presi i vestiti con cui dovevo
cambiarmi e glieli donai. Io ho ancora indumenti per cambiarmi, ma lui no".
Don
Oreste Caramello nel 1937 diede inizio in parrocchia ad un corso destinato ai
ragazzi che, già in possesso della licenza elementare, desiderassero conseguire
un diploma di scuola superiore. Tale corso si svolgeva ogni mattina dalle 9.
00 alle 12. 00 e comprendeva le seguenti materie: italiano, aritmetica, computisteria,
dattilografia, francese, storia, geografia e scienze. Gli insegnanti erano Don
Caramello stesso e la maestra Ermelinda Genta, ai quali più tardi si affiancò
Don Foglia, rimpatriato dalla Francia e stabilitosi a Villar Dora. Il corso,
previsto per tre anni, era frequentato da sette o otto ragazze che aspiravano
a diventare segretarie d'azienda (un corso analogo era tenuto presso l'Istituto
Sacro Cuore di Buttigliera Alta) e da alcuni ragazzi, ma dopo due anni ebbe
termine, in quanto alcune allieve dovettero ritirarsi, perciò nemmeno gli altri
ebbero la possibilità di conseguire il tanto sospirato diploma.
La
domenica Don Caramello era sempre molto occupato: S. Messa alle ore 6.00, alle
7.30, e alle 11.00. Alle 15.00 c'erano i Vespri, poi la Benedizione, la scuola
di canto e l'adunanza dei vari gruppi dell'Azione Cattolica. La sera, infine,
nel salone dell'asilo, Don Caramello proiettava le diapositive sulla Storia
Sacra. Saliva sul vecchio palco e proiettava contro il muro le immagini in bianco
e nero soffermandosi in lunghi commenti, che dimostravano le sue approfondite
conoscenze dell'argomento. Lo spettacolo, molto seguito, durava circa due ore
e si svolgeva tutte le domeniche sera. C'è chi dice che Don Caramello lo facesse
per proporre un'alternativa al cinema Sada di Almese che attirava molti spettatori.
"Non sono tanto i film sconvenienti, quanto l'ambiente" soleva dire Don
Caramello, che cercava di scoraggiare i giovani dal recarsi al cinema.
Nel
1944 un contadino villardorese che si trovava nei campi in zona "Ciampas"
venne colto da ictus mentre stava seminando le patate. La moglie, vedendo che
si trattava di una cosa seria, lo fece salire sul carro e il figlio lo accompagnò
a casa. La moglie, in bicicletta, corse a chiamare il dottore e il Priore.
Venne per primo il Priore, il quale, visto l'ammalato, disse subito di
mettergli la borsa del ghiaccio in testa e una bottiglia di acqua calda ai piedi.
L'una e l'altra non erano in casa, perciò la figlia corse da una vicina a farsi
prestare la borsa e dal macellaio a farsi dare il ghiaccio, poi riempì una bottiglia
d’ottone d’acqua calda e la mise ai piedi dell’ammalato. Quando finalmente arrivò
il dottor Natale, fece i complimenti a Don Caramello per i consigli dati, che
erano stati veramente opportuni. Infatti per il momento l’emorragia cerebrale
si era fermata. L’ammalato morì un anno dopo, ma per tutto il periodo della
degenza Don Caramello passò ogni giorno a trovarlo, fermandosi a conversare
con lui.
Tutti
gli anni, alla fine di luglio, Don Caramello organizzava una gita al Collombardo,
che molti villardoresi ancora oggi ricordano con piacere, come appare da questa
testimonianza.
“Si
partiva da VillarDora in piazza della Chiesa alle 5 del mattino. In bicicletta
bambine e ragazze si andava fino a Caprie, si lasciavano le biciclette in parrocchia
e si proseguiva a piedi fino al Laietto, dove si faceva la prima tappa. Sempre
accompagnate da Don Caramello e sua sorella Giuseppina proseguivamo la salita
chiacchierando e cantando fino al bel pianoro del Collombardo, dove c’è il Santuario
a quota 1900 m., con l’intenzione di rimanerci per una settimana.
La
notte si dormiva nel rifugio sulla paglia fresca e pulita che il Priore aveva
fatto portare precedentemente dal Laietto. Il mattino la sveglia era prestissimo,
poi ci si recava ad una fontana di acqua gelida a lavarsi la faccia, mentre
due di noi scendevano col secchio giù alle baite dove c’erano le mandrie a prendere
il latte per la colazione. Quindi si andava a Messa nella chiesa del Santuario
dedicato alla Madonna della Neve, dopo di che si faceva una bella passeggiata
in salita fino al monte Civrari ad oltre 2000 m.
Si
consumava il pranzo al sacco presso una fontana ed al pomeriggio ci si riposava
leggendo, lavorando a maglia, chiacchierando e cantando le belle canzoni che
ci aveva insegnato il Priore, mentre i campani delle mucche poco distanti ci
accompagnavano con il loro suono. All’ora della merenda Giuseppina ci preparava
fette di pane con burro e marmellata e, a cena, minestra calda al latte e formaggio.
La
settimana trascorreva in un attimo e si faceva buona provvista di aria salubre
e di buon umore. Al ritorno si passava ancora a salutare la Madonna della Rocca
Sella, prima di tornare a casa.
L’ultima
grande fatica che il Priore portò a termine assieme agli uomini del Comitato
fu quella di ripristinare il Comune di Villar Dora che era stata unificata con
Almese, di cui era diventata una frazione dal 1927.
Già
dal 1945, subito dopo la Liberazione, si era formato un Comitato con l’obiettivo
di riportare a Villar Dora il Comune, com’era prima del 1927. Detto Comitato
era formato da: Don Caramello, Franchino Martino, Felice Richetto, Gaspare Coletto,
Giuseppe Coletto, Edoardo Ferrero, Mario Richetto, Giuseppe Ferrero, Crescentino
Grande e Adorno Ladini. Questo Comitato lavorò assiduamente fin dal 1945 e,
grazie alla sua attività, l’11 aprile 1955 Villar Dora ridiventò comune autonomo,
con la firma del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.
Il
giorno dei festeggiamenti per il ritorno del Comune alla sua autonomia, con
la piazza San Rocco gremita di gente in festa e sul balcone del Comune tutte
le massime autorità civili, religiose, politiche e militari, Don Caramello prese
la parola ringraziando tutti quelli che avevano dato il loro contributo per
questa causa e disse: “Davanti a tutti i miei superiori mi assumo le mie responsabilità
per la collaborazione data al Comitato per questa causa che ritengo giusta”.
Cosa
voleva dire con questo il Priore? Dichiarava pubblicamente di aver collaborato
con alcuni componenti del Comitato che erano comunisti e teniamo presente che
in quegli anni i comunisti erano messi al bando dalla Chiesa.
Ancora
molte altre cose Don Caramello avrebbe voluto portare a termine, ma purtroppo
la sua salute andava piano piano peggiorando. Lo ricordo negli ultimi tempi,
quando era ricoverato all’ospedale Mauriziano. Siccome io lavoravo a Torino,
la sera passavo a trovarlo e quando me ne andavo se si sentiva bene mi accompagnava
sino all’uscita. Una delle ultime sere in cui passai a trovarlo, era seduto
nella sua camera e quando entrai gli chiesi: “Come va, Priore?” Lui mi rispose:
“Hai presente una macchina con la carrozzeria nuova ma con un motore prossimo
alla fusione? Ebbene, io sono così”. Ma subito dopo capivo che il motivo della
sua preoccupazione non era la salute, ma tutto quello che ancora restava da
fare a Villar Dora, per i giovani e per le persone anziane.
“Se
Dio vuole, spero ancora di poter fare qualcosa” diceva, ma guardandolo in faccia,
intanto che parlava, notavo quel volto scarno, quella voce così debole che a
volte faceva una pausa per riprendere fiato. Lui, che quando stava ancora fisicamente
bene considerava una passeggiata andare da Susa alla vetta del Rocciamelone
e ritorno; lui, che aveva una così grande cantoria ma con la sua voce superava
tutti nel canto; lui che era uno dei predicatori più acclamati, era ora evidente
che stava per essere annientato da quel terribile male.
Il
22 settembre 1959 quel “motore”, come lui l’aveva definito, diede l’ultimo colpo
e poi si fermò definitivamente e toccò a Don Renzo chiudere per sempre gli occhi
al Priore, Lui che aveva assistito per notti intere e aveva chiuso gli occhi
a molti villardoresi, aveva chiuso anche i suoi per sempre.
La
sera in cui si recitò il suo rosario in chiesa, per poter accedere alla camera
ardente, allestita nel salone della parrocchia, occorreva attendere moltissimo
tempo perchè una grande moltitudine di gente, villardorese e non, voleva dare
l’ultimo saluto a Don Caramello.
Il
giorno del suo funerale era presente una gran folla, per accompagnare all’ultima
dimora quella bara priva di fiori, così come aveva voluto lui, Erano presenti
oltre cento sacerdoti, uomini politici di spicco come il senatore Sibille, tutte
le cantorie della valle (a dare l’ultimo saluto al loro presidente), la banda
musicale di Villar Dora, oltre cento bandiere e molti sindaci della valle con
i loro gonfaloni. Il feretro fu portato a spalle dalla chiesa alla piazza del
Comune, dove venne adagiato sui cavalletti e la banda intonò la marcia di Chopin.
Quindi toccò al nuovo sindaco Franchino Martino, già componente del Comitato
per il ritorno del Comune a Villar Dora, descrivere un po’ l’operato svolto
da Don Caramello nei 25 anni trascorsi nella parrocchia. Proprio in quel momento
fu consegnata ai suoi familiari la medaglia d’oro alla memoria e credo proprio
che lui da vivo non l’avrebbe mai accettata. Dopo, il corteo funebre riprese
il cammino verso il cimitero, con il feretro sempre portato a spalle. Credo
che quando i primi entravano nel cimitero, gli ultimi fossero ancora a metà
strada: mai una folla così si era vista ad un funerale a Villar Dora.
Volle
essere sepolto nella terra, come la maggior parte dei villardoresi. Infatti
prima di morire aveva detto: “Voglio che le mie ossa si confondano con le vostre…”
La sua pietra tombale di marmo scuro con una grande croce fu riassestata due
anni or sono, perchè il tempo e le intemperie l’avevano rovinata. Quando vado
a fara visita al cimitero ai miei familiari, passo sempre a pregare sulla sua
tomba e guardo quella foto, ormai logorata dal tempo; ma credo che mai per noi,
ormai con i capelli bianchi, nè il tempo nè le intemperie riusciranno a scalfire
il suo ricordo, perchè è racchiuso indelebile nel profondo del nostro cuore.
Nato
a S. Antonino nel 1906, deceduto a Villar Dora il 22/09/1959.
Angelo Brunatto