VILLAR DORA 200 ANNI FA

INDICE
| PRESENTAZIONE DEL PRESIDENTE DEL GRUPPO | Renzo Richetto |
| IL PIEMONTE E VILLAR DORA NEL'700 | Adriano Viarengo |
| IL CATASTO DI VILLAR DORA 200 ANNI FA | Leonardo Chiariglione |
| ALCUNE NOTE SUL VILLAR NEL SECOLO XVIII | Fabrizio Antonielli d'Oulx |
| ĖL SETSENT E LA LITERATURA PIEMONTČISA | Censin Pich |
| LE FIGLIE DI STEFANO BROMBO | P. Ignazio Isler |
| LE SANSŁE E 'L BŅRGNO | Edoardo Ignazio Calvo |
| DEDICĄ A VILLAR DORA | Lucia Barra |
| C'E UN CASTELLO A VILLAR DORA | Lucia Barra |
| 'L CONTADIN A SA ... | Lucia Barra |
| LA TESTA 'D MORT | (Alessandra Arena) |
| LA MADONA DEL PILON | (Alessandra Arena) |
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A cura del Gruppo Culturale Villardorese
Proprietą riservata.
Hanno collaborato:
Renzo Richetto, Adriano Viarengo, Leonardo Chiariglione, Fabrizio Antonielli d'Oulx Censin Pich, Lucia Barra, Adriana Girodo Arena, Alessandra Arena.
Dicembre 1981
Stampato dalla Tipolito Melli, Borgone.
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In copertina: particolare della mappa conservata all'Archivio di Stato di Torino: il concentrico. .
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INTRODUZIONE ALLA MANIFESTAZIONE E PRESENTAZIONE DEL PRESIDENTE DEL GRUPPO CULTURALE VILLARDORESE
Renzo Richetto
Il Gruppo Culturale Villardorese si presenta per la prima volta ai cittadini di Villardora ed agli amici convenuti dalle comunitą vicine e dalla zona Valsusina.
Permettetemi anzitutto di ringraziarvi per la vostra partecipazione e di ringraziare con voi coloro che daranno il loro contributo alla serata.
Saluto tutte le Associazioni culturali e sportive convenute per arricchire con la loro presenza la rappresentativitą associativa villardorese. Voglio inoltre ringraziare il Consiglio di Amministrazione della Societą Cooperativa di Villar Dora che, mettendoci a disposizione questo locale, ha reso possibile la serata.
Desidero ricordare ai convenuti che abbiamo tra di noi, per dar vita alla rappresentazione, la maestra Lucia Barra, Camillo Brero e Censin Pich de Ij Brandé, la nostra concittadina Adriana Girodo Arena, il dr. Fabrizio Antonielli d'Oulx, il nostro Gruppo Folkloristico che ha inviato una sua rappresentanza, il Gruppo Folkloristico di Chiusa di S. Michele e la Sig.a Giuglar Richetto di S.Ambrogio. A tutti la nostra riconoscenza.
Permettetemi di dare un breve cenno sulle intenzioni del Gruppo Culturale Villardorese il quale č nato da una unione di persone che, diverse per ideologia ed esperienze, si trovano unite nell'interesse per le vicende del Villar, per la sua conservazione, per una sua migliore conoscenza. Esso a aperto a tutti ed il programma lo si puņ sintetizzare nel simbolo che č impresso sulla nostra tessera: un libro aperto sulla storia antica di Villar Dora nella facciata, con sullo sfondo un castello che dietro ha i monti che lo circondano, cioč il nostro ambiente naturale e sull'altra facciata impressa l'effigie di un giovane atleta a rappresentare la necessitą di guardare avanti, al futuro, in armonia con l'evoluzione storica e sociale.
Forse č presunzione la nostra, ma noi crediamo di poter essere, con la collaborazione di tutti, di stimolo e di impegno per la vita civile e sociale di Villar Dora.
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IL PIEMONTE E VILLAR DORA NEL'700
di
Adriano Viarengo
In questa serata, che segna anche la prima iniziativa pubblica del Gruppo Culturale Villardorese, ci proponiamo di illustrare, sulla base di un catasto del paese risalente al 1783, come fosse Villar Dora (anzi Villar pres'Almese, come allora si chiamava) duecento anni fa.
Prima di passare ad illustrare alcune parti particolarmente interessanti di questo catasto, vorrei esporre brevemente come andava il mondo in quegli anni.
Era un mondo molto diverso dal nostro? Certamente, ma non perciņ meno inquieto.
Gli anni in cui fu redatto il nostro catasto sono anni di profonda crisi. E gią cominciata l'epoca delle grandi Rivoluzioni. Pensate che soltanto due anni prima (1781) gli Stati Uniti di America, proclamatisi indipendenti nel 1776, conquistano la loro libertą sconfiggendo definitivamente gli Inglesi.
Sei anni piś tardi i nostri concittadini cominceranno a sentir parlare di una rivoluzione ben pił vicina, quella francese.
I Villardoresi conoscevano bene i Francesi. Agli inizi del secolo e negli ultimi anni del '600 se li erano sovente trovati in casa. In quei tempi i Provana, feudatari del Villar, dovettero piś volte pagare "taglie" ai comandanti degli eserciti francesi per salvare pelle e beni. Nel 1691, ad esempio, il castello visse un vero e proprio assedio da parte delle truppe del generale Catinat che distrussero poi il castello di Avigliana.
L'assedio durņ due giorni: poi il castello fu preso e saccheggiato. Un presidio francese vi rimase fino al 1706.
I nostri antenati erano abbastanza abituati a veder passare sulle loro terre, con pił o meno danno, soldataglie straniere. I Savoia, infatti, signori di una terra di confine tra Francia e possessi austriaci e spagnoli in Italia furono obbligati a svolgere una politica estera di alleanze alterne con le principali potenze europee dell'epoca. Non sempre puntavano sulla carta vincente ed allora erano guai.
Abbiamo detto che gli anni in cui il misuratore Giuseppe Musso lavorava al nostro catasto erano inquieti.
Qualche notabile villardorese, oppure l'"Illustrissimo Signor Conte", doveva scorrere i giornali di allora ("gazzette" si chiamavano) con non minore preoccupazione della nostra oggi. Le nuove che venivano da Torino avevano talvolta sapore di favola e riguardavano regioni e stati che ancor oggi sono alla ribalta.
Pensate come dovettero essere impressionati i nostri antenati quando nel 1770 giunsero loro le prime voci della presenza nel Mediterraneo di una flotta russa. Dal mondo della steppa erano arrivate navi e marinai che nel 1770 avevano addirittura sconfitto i Turchi vicino alla costa greca! E poi c'era il problema della Polonia, proprio come oggi. Appena dieci anni prima essa era stata smembrata tra Prussia, Russia ed Austria.
Il Settecento č noto come il "secolo dei lumi". Vi fu infatti in quegli anni una grande ripresa del pensiero filosofico, politico ed economico. Ma, soprattutto, i sovrani cominciarono a togliere di mano alla nobiltą molte prerogative. I Villardoresi dovettero ben presto accorgersi che l'Illustrissimo Signor Conte era divenuto una persona meno importante. Ora non era pił solo lui a dettar legge, non era pił il castello il solo centro della vita dei paesani, il solo simbolo di autoritą. Da fuori veniva la legge, dalla capitale, da Torino, dove i nostri antenati non andavano molto, al pił qualche volta nella loro vita. A Torino perņ dovevano trovarsi "a servizio" in qualche casa nobile (magari nella casa torinese dei Provana, nel quartiere di S. Liborio) alcuni Villardoresi ed allora anche al Villar arrivavano notizie dei fatti della capitale. Altri andavano pił lontano, oltre frontiera, tradizione che si č a lungo protratta.
E forse dalla capitale venne anche il "misuratore" Musso, o almeno l'ordine di procedere al rilevamento catastale del Villar. I buoni Villardoresi dovettero drizzare le orecchie: questi loro sovrani non si accontentavano delle guerre, delle tasse, di farli stare sotto le armi per anni e anni. Ora venivano addirittura a ficcare il naso nelle loro proprietą. Lo scopo non poteva essere che uno: nuove tasse. Possiamo immaginare con quale irrefrenabile simpatia siano stati accolti il signor Musso ed i suoi collaboratori
Del resto anche l'Illustrissimo Signor Conte dovette essere tutt'altro che contento: si sa che le tasse non piacciono a nessuno. Nella seconda metą del settecento perņ l'illustrissitno era in realtą una illustrissima e cioč Emilia Provana del Villar, "donna bella, intelligente ed attiva che fu detta regina della Dora".
Il signor Musso era infatti entrato in azione in esecuzione di un preciso ordine del re Vittorio Amedeo III. Il sovrano, sempre alle prese con l'eterno problema di tutti i governi, reperire denaro, aveva ordinato, con manifesto camerale del 18 giugno 1783, di procedere al censimento dei beni fino ad allora immuni da tassazione, in gran parte di proprietą ecclesiastica, al fine di poter tassare "tutt'i beni, effetti e redditi posti nel suoi stati di terraferma. Stando a quanto emerge dal catasto, al Villar chi deteneva beni immuni da tasse era il conte Provana: decisamente il "misuratore" non dovette avere troppo buone accoglienze in castello.
Generalmente il censimento dei beni immuni venne compiuto dai segretari comunali, una apposita Giunta, in Torino, ne analizzava i risultati che le pervenivano dall'Ufficio Generale delle Finanze. A Villar Dora si andņ oltre, si rimaneggiņ e forse si ricopiņ il precedente catasto del 1718 aggiornandolo, come sembrano dimostrare certe sovrapposizioni di scrittura ed inchiostri diversi nella parte dedicata ai nomi dei proprietari riscontrabili sulla copia conservata in Comune.
Tutti sappiamo com'č fatto un catasto e quello che adesso vi illustriamo non č molto diverso da quelli che conosciamo, solo un po' pił colorato ed un po' pił approssimativo.
Dobbiamo dire subito che il catasto nel settecento č una cosa molto importante: infatti una precisa attibuzione delle proprietą, la loro misurazione e la seguente tassazione poteva permettere una maggior giustizia fiscale ed un pił razionale sistema di entrate statali.
Non era perņ sempre una scocciatura fiscale. Dal momento che una perizia stabiliva il valore del terreno (e quindi le tasse che si dovevano pagare), l'unico modo del proprietario per arricchirsi era quello di farlo rendere di pił. E fu ciņ che avvenne tra sette ed ottocento, specialmente nella pianura padana. Certo ciņ non fu possibile al Villar, dove la proprietą era estremamente frazionata sin dal 1400, al massimo coloro che lavoravano "a giornata" le terre del conte, si accorsero che il nobile signore chiedeva un po' pił di lavoro ed elargiva un compenso un po' minore.
I Provana non erano perņ particolarmente esosi. Abbiamo gią raccontato come pagassero le "taglie" agli eserciti francesi ed una prova del fatto che la popolazione fosse abbastanza ben disposta verso i castellani la possiamo trovare nel fatto che, diffusasi l'agitazione sociale nell'ultimo decennio del secolo, il castello del Villar non subģ alcun danno. Alcuni "giacobini" nostrani bruciarono invece completamente l'archivio della parrocchia.
Con il volgere del secolo si aprivano tempi bui. Il cinquantennio di pace cominciato nel 1748 con la pace di Aquisgrana (nel 1747 i Piemontesi avevano sconfitto i Francesi nella grande battaglia dell'Assietta) volgeva al termine.
Prima le truppe rivoluzionarie e poi Napoleone avrebbero corso in lungo e in largo il Piemonte che nel 1799 veniva annesso alla Francia.
I Villardoresi divennero cosģ, duecento anni fa, cittadini della repubblica francese. Era appena l'inizio di una lunga serie di peripezie di cui, perņ, parleremo un'altra volta.
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IL CATASTO DI VILLAR DORA 200 ANNI FA
di
Leonardo Chiariglione
Il Gruppo Culturale Villardorese si proposto di scrivere una storia il pił possibile completa di Villar Dora attraverso i secoli. Per questo ha cominciato a fare ricerche in Comune. Il primo documento trovato č stato una mappa catastale, purtroppo in cattivo stato di conservazione e con i colori molto sbiaditi. Il redattore, certo Giuseppe Musso, "misuratore", terminņ il suo lavoro il 31 agosto 1783 e questa data compare sulla prima delle 50 pagine di carta bollata con stemma sabaudo da "quattro soldi" di cui il volume č composto.
Successivamente sono state fatte ricerche presso l'archivio di Stato di Torino e si č trovata una mappa di circa 2m x lm in ottimo stato di conservazione e con i colori ancora nitidissimi. Le riproduzioni che si possono vedere in questo opuscolo sono perciņ interamente ricavate dalla mappa conservata all'Archivio di Stato.
Ci siamo quindi messi all'opera e, dopo un attento studio di quel prezioso documento, ne abbiamo tratto alcune osservazioni che pensiamo possano essere d'interesse a quanti, come noi, hanno a cuore la Villar Dora di oggi, ma desiderano conoscere qualcosa del suo passato.
Una mappa, quindi, con dei numeri che rimandano ad un elenco di proprietari, i cui nomi ci sono famigliari: Baratta, Borgione, Bugnone, Calliero, Genta, Giorda, Richetto, Suppo, Vindrola e molti altri ancora.
Il redattore della mappa, ben conscio dell'importanza del suo compito e ligio alle convenzioni sociali dell'epoca, non ha certamente trascurato i titoli onorifici.
Ecco allora, accanto ad un "Provana illustrissimo Signor Conte", alcuni cittadini che possono vantarsi dell'appellativo di "Signore", quali Baratta Giovanni Domenico e Bugnone Vincenzo ed uno che ha il titolo di "Mastro" (Perino Antonio).
Ma com'era Villar Dora 200 anni fa? Al primo sguardo, esattamente eguale a quella di adesso: le stesse borgate, le stesse strade, le stesse piazze, le stesse cappelle, gli stessi piloni votivi e, naturalmente, il castello.
Guardandola pił da vicino perņ si notano le differenze. Ad esempio il cimitero (n. 1400) che era accanto alla chiesa e solo all'inizio dell' '800 sarebbe stato spostato nella sede attuale. Ed infatti abbiamo sentito da persone che hanno vangato quel terreno che molte ossa sono affiorare.
Accanto (n. 1399) sulla piazza si ergeva una casa della "Congregazione di Caritą" di cui purtroppo pił nulla sappiamo. Sarebbe interessante sapere dagli Archivi Parrocchiali quale fosse questa Congregazione, quali fossero i suoi scopi, per che cosa venisse usata la casa sulla piazza e per quali motivi la Congregazione si sia sciolta.
All'incirca dove una volta vi era la fontana in Piazza della Chiesa, vi era il "Forno della Comunitą". Tale forno, come dice il nome, poteva essere usato da un appartenente alla Comunitą del Villar (come ancora si praticava fino a non molto tempo addietro, ad esempio, a Mompellato), ma vi erano altri forni privati, ad esempio quello di Genta Pietro (n. 1421) e quello di Baratta Domenico (n. 1498), proprietario anche della grossa casa di tre piani in Via Perino nota come "casa dei Richetto" (n. 1499).
La cappella di S. Rocco (n. 1455) gią c'era ma nella parte posteriore vi era un frutteto appartenente alla "cassina, aijra e ravoira" del Conte. Piazza S. Rocco era costituita da un piccolo triangolo perchč la maggior parte dell'attuale piazza era occupata da un prato di proprietą di tale Gaj Giacomo fu Francesco (n. 1460).
Molto diversa la Via Perino perchč vi erano solo due gruppi di case: un gruppo (nn. 1462 fino a 1465) di proprietą rispettivamente di Giorda Andrea, Milia Mariana, Vindrola Giovanni e Rossetto Giuseppe ed un altro (nn. 1471,1473 fino a 1476) di proprietą rispettivamente di Vinassa Giuseppe, Giorda Bartolomeo, Vinassa Catterina, Coletto Antonio, Coletto Giuseppe mentre le case di Piazza del Rio (molto pił piccola dell'attuale in quanto non era ancora stato coperto il Rio Vindrola) assomigliavano molto a quelle di oggidģ.
Come si vede il concentrico era costituito dalla parte attorno al castello racchiusa tra le attuali Via S. Vincenzo, Almese, S. Anastasio, la zona attorno alla Via Merlo ed il Vicolo Genta (cosģ chiamato perchč la proprietą della maggior parte delle case era dei Genta), l'attuale Vicolo S. Rocco ed alcune case della Borgata Merlo.
Non poche anche le cose rimaste immutate: la vecchia sede comunale di Via Merlo (n. 1383), il pilone votivo di Pilon Merlo, le case di Trosselli Gabriel (n. 1378), Motatto Giovambattista (n. 1429) e Mastro Perino Antonio (n. 1454) ancora abitate dai relativi discendenti.
Il "Prato del Pozzo" (n. 1154) era completamente privo di case, salvo nella parte che dą su Via Perino gią descritta. Vi era la cascina del Conte (n. 1477), quello strano appezzamento triangolare (n. 1469) che ancora compare sulle mappe catastali odierne ed un orto (n. 1155) davanti alla Piazza S.Rocco. Tutti questi terreni erano di proprietą della famiglia Provana.
Le proprietą del Conte, fra feudali (cioč quelle che la famiglia Provana aveva ricevuto in feudo dai Savoia) ed allodiali (cioč quelle in piena proprietą e non sottoposte agli oneri e vincoli feudali) erano molto estese e si trovavano per lo pił nel concentrico, anche se non mancano esempi di proprietą (per lo pił piccoli appezzamenti) sparse per la restante parte del territorio comunale.
Importante era la "Strada Publica d'Almese alla Cittą di Susa" che passava per l'attuale Via Cerrone per unirsi con la "Strada Publica d'Avigliana". Questa attraversava un ponticello sul Bķalé (il "Pontej") fino all'attuale Strada delle Canavere che si inerpicava fino alla Borgata Torre del Colle. Il nome Canavere viene probabilmente dal fatto che nella zona erano molti i canapali, cioč i terreni adibiti alla coltura della canapa.
Invece la "Strada Publica d'Avigliana" partiva dalla Piazza S. Rocco lungo Via S. Ambrogio, attraversava il ponte sul Bialé e proseguiva per l'attuale Via Avigliana e per la strada in terra battuta che la continua oltre la SS 24 che allora non esisteva.
La strada passava vicino alla Regione Prajasso e Verneti che aveva una superficie complessiva di 166 giornate di cui 126 di proprietą della famiglia Provana e 40 della "Communitą del Villar" (e quindi chiamate ancor oggi Cominie).
Mentre ai luoghi che compaiono sulla mappa siamo facilmente in grado di far corrispondere la localizzazione odierna, a tutti i nomi che abbiamo sopra citato non siamo purtroppo pił capaci di collegare un volto. Eppure anche queste persone sono nate e vissute in questo paese, hanno camminato per queste strade, guardato queste montagne, lavorato questa terra e parlato una lingua non molto diversa da quella che si parla ancor oggi in qualche angolo di Villar Dora.
Che importa se di loro ci resta soltanto il nome e l'indicazione delle loro case e del loro orto? Č sufficiente questo per gettare un ponte attraverso due secoli e stringere idealmente la loro mano callosa, come compaesani che si ritrovano dopo lungo tempo, dicendo: "I san cņ noi do Vilą".
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ALCUNE NOTE SUL VILLAR NEL SECOLO XVIII
di
Fabrizio Antonielli d'Oulx
I PROVANA
Cercando di tratteggiare la vita al Villar durante il XVIII secolo, č inevitabile parlare della famiglia dei Provana che dal 1333 furono feudatari del castello. Essi riuscirono, attraverso secoli e vicende, a mantenerlo, anche grazie a matrimoni, molti dei quali con altri rami della stessa potente famiglia.
Verso la fine del XVII secolo il Piemonte, in guerra con i Francesi, conobbe miseria e distruzione.
Il generale francese Catinat, dopo aver distrutto e bruciato molte difese nella Valle di Susa ed aver assediato la Sacra di S. Michele, assalģ anche il Villar. I Provana riuscirono ad evitare la distruzione pagando ingenti somme; vennero comunque bruciati, in quegli anni, la "sala d'armi" del castello, tutti i mobili e parte della Ca' Bianca.
Vuole la tradizione che, per evitare che le truppe nemiche razziassero tutto lasciando quindi alla fame la popolazione, i Provana murarono nei camini del castello il grano; passati i momenti di maggior pericolo, gli abitanti del Villar ritrovarono in tali primordiali "silos" il loro grano.
Molti episodi di questo genere si narrano, a conferma del rapporto non gią di soprusi e sopraffazioni, ma di reciproco rispetto e collaborazione, che sempre pare ci sia stato fra i feudatari del Villar e la popolazione.
Pur essendo il '700 un secolo di relativa pace, la situazione economica determinata dalle guerre passate era disastrosa. I Provana cercarono di risollevare il proprio bilancio per mezzo di matrimoni con famiglie ricche: ricordiamo quello di Caspare Provana con Anna Caterina Graneri, il cui stemma č tuttora dipinto sopra il portone d'ingresso del castello. Ma i matrimoni non bastavano, e cosģ vennero vendute in quel periodo parti del feudo che risultavano pił lontane: Usseglio, Lemie e Margone, al di lą del colle del Lys.
Erano gli anni in cui molte delle figlie dei Provana si facevano monache nel convento di Carignano; probabilmente era di quest'epoca la "Dama Bianca" della leggenda, suora morta in odore di santitą, il cui fantasma molti in paese affermano di aver visto. Vuole la leggenda che ancora oggi, nell'anniversario della sua morte, si sentano, nella stanza ove morģ, cori angelici e profumo d'incenso.
Il settecento si chiude con la rivoluzione francese che pochi danni apportņ ai Provana, benvoluti dalla popolazione; venne invece bruciato l'archivio parrocchiale.
Ancora nel 1779 avvenne l'ultima investitura del feudo a favore di Vincenzo Gioachino Provana, la cui figlia Cesarina sposņ il conte Angelo Antonielli d'Oulx, e cosģ il Castello del Villar passņ alla famiglia Antonielli.
LA COMUNITĄ DEGLI UOMINI
Il primo documento che parla di una "Comunitą" del Villar, una sorta di giunta comunale, risale al 1176. Č un documento molto importante perchč č una delle pił antiche testimonianze di "Comunitą" costituite in Piemonte. Tale Comunitą continuņ a comparire attraverso i secoli in molti documenti, sempre partecipe ed artefice della vita del paese.
All'inizio del '700 la Comunitą partecipņ a sopralluoghi per vedere i danni arrecati dalle guerre. Nel 1730 vi fu, testimoniato da un atto, la prestazione di giuramento di fedeltą fatto dalla Comunitą del Villar a Carlo Emanuele Re di Sardegna. Nel 1141 gli uomini del Villar vennero citati in una lite per definire i confini con Almese. I rapporti con Almese, giuridicamente diversi sin dal primo medioevo (l'uno pagava le decime all'abbazia della Novalesa, l'altro all'abbazia di S. Giusto in Susa) solo ultimamente sono di collaborazione. Molti ricordano i pianti delle donne quando, avendo il Fascismo riunito i due comuni, l'archivio del Villar venne portato ad Almese; ed ancora pił numerosi sono quelli che ricordano come il campanile della Parrocchia del Villar non avesse il quadrante dell'orologio sul lato verso Almese, perchč gli Almesini non potessero leggere l'ora del Villar!
Che la questione dei confini fosse solo un pretesto per continuare a litigare, lo dimostra la risoluzione senza liti di un analogo problema sorto nove anni pił tardi, nel 1750, con i Comuni di Chiavrie (Caprie), Celle e Novaretto.
Uno dei documenti in cui pił attiva risulta la presenza della Comunitą č quello relativo ai Bandi Campestri che, nel 1731, Gaspare Provana decise di emettere. Erano, i Bandi Campestri, una serie di leggi che, emesse dal feudatario, in base ad antichi poteri, regolavano alcuni aspetti della vita del paese, fornendo anche introiti al feudatario stesso.
Nel 1731 dunque Gaspare Provana presenta supplica al Senato per essere autorizzato ad emettere Bandi Campestri, in base alla concessione del 1359. Il progetto risultava simfle a quello di Avigliana e Rivoli; constava di 51 articoli, con multe assai severe.
Accenniamo ai primi due, a titolo di esempio: 1) Gli stranieri che venivano a stabilirsi al Villar dovevano far giuramento "de bene vivendo" e pagare una tassa; 2) Era vietato far ballare senza licenza, che costava una certa cifra.
Contro il progetto di bando, affisso all'albo pretorio del Villar, ricorse la Comunitą degli Uomini e, pur non opponendo nessuna obiezione al diritto di emettere bandi, richiese l'abolizione dei primi due articoli e la riduzione di tutte le pene. Il ricorso venne accolto, anche perchč molte pene prevedevano, oltre ad una multa, la perdita degli "strumenti di lavoro" e talvolta delle "bestie bovine, cavallone, asinine, porchine, lanute e caprine", fondamentali al sostentamento della popolazione.
LA CHIESA
Per avere un quadro pił ampio della vita del Villar nel '700, merita ricordare alcuni fatti riguardanti la Chiesa.
Ancora nel 1797 vennero pagate le decime da parte del Comune alla Novalesa, ormai capitalizzate; invece dunque di versare alla Novalesa un decimo del raccolto, stagione per stagione, ogni anno veniva pagata una cifra predeterminata.
Nell'archivio del Castello del V'Illar vi č un inventario delle suppellettili della Chiesa nel 1724. Si parla gią del mobile barocco ancora ammirabile nella sacrestia, di paramenti e suppellettili varie. Assistettero all'inventario per la Comunitą del Villar, i Sindaci Coletto e Franchini ed i consiglieri Baratta, Martinazzo, Richetto e Coletto. Sono inoltre ricordati i libri delle Compagnie del Corpus Domini, del Rosario, del Carmine e del Suffragio.
Due sono le date che nel '700 vennero dipinte in Chiesa: il 1781 sull'altare della Madonna del Rosario, l'altare della famiglia Provana-Antonielli ai piedi del quale, sotto il nuovo pavimento, vi č la tomba dove venivano sepolti i Provana sino al 1800; il 1788 (SDG Prior) sulla porta della Canonica, nello stretto passaggio tra la Chiesa e la Canonica stessa.
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ĖL SETSENT E LA LITERATURA PIEMONTČISA
ėd
Censin Pich
Ėl setsent a ancamin-a con ij ravagi trągich ėd la gučra As bataja an tuta Eurņpa. A smija d'esse torną a coj ani da fin dal mond che a coro dal 1618 al 1648, con l'Europa crasą da tanti ani ėd gučre.
Al prinsipi dėl '700, ma gią a la fin dėl '600 (ch'as pensa a le bataje dė Stafarda del 1790 e dla Marsaja dėl 1793), as torna a sėmnesse daspėrtut la mņrt. A l'é la gučra 'd sucession dė Spagna, che ant col pais a vėd l'11 dė stčmber dėl 1712 intré an Barcelon-a l'armeja franch-ispan-a dėl pretendent Flip V ėd Borbon. Ma an col ann le cņse an Piemont a son gią rangiasse da un pess dņp la vitņria 'd Turin dėl 7 dė stčmber dal 1706, giorną gloriosa pėr ėl duca Vitņrio Medeo II e pėr ėl prinsi Eugeni 'd Savoja e pėr desen-e 'd mijara 'd combatent piemontčis e imperiaj.
Con la pas d'Utrecht dėl 1713, ėl duca Vitņrio Medeo II a ven re 'd Sicilia, coron-a che a perderą ant ėl 1718 an cambi dla coron-a 'd Sardegna. A l'é dėl 1713 che a passo al Piemont j'aute valade dla Dņira, dė-l Chison e dla Varaita fin-a a la ligna fisica 'd separassion ėd la caden-a alpin-a, e 'dcņ la Val Sesia, Casal e 'l Monfrą, le provinse 'd Lisandria e d'Aich.
Da coj ani, fin-a al 1733, ėl Piemont a viv an pas e antlora as peul avčisse tuta na politica d'artorn a la normalitą, d'arforme e 'dcņ 'd progetassion urbanistica, an Turin e an tute le sitą e ij pais ėd la region.
A l'é al 4-t ann 'd regn ėd Carl Emanuel III, ciamą dal pņpol Carlķn, che a ancamin-a la gučra 'd sucession ėd Polņnia, con apress, fin-a al 1748, la gučra 'd sucession d'Austria.
La pas ėd Paris e 'd Londra (1736-38) a porteran al Piemont Noara; ėl 19 luj 1747 as combat a l'Assieta cola gran bataja che tuti i conossoma: gran bataja e gran vitņria. Con la pas dėl 1748 a sė slargo ancor ij confin dėl Piemont, intrandje l'Aut Novarčis, l'Oltra Pņ Pavčis, Voghera, la contea 'd Beubi e 'l Vigevanasch.
Da lģ an peui as torna a la pas fin-a a la rivolussion fransčisa e a le conquiste napoleņniche che, dņp tanti secoj che nostr grand avzķn transalpķn a l'avia provaje, a fan dėl Piemont na provinsa fransčisa.
La literatura an lenga piemontčisa a rapresenta pro i cambiament che a son ėstaje dal prinsipi a la fin dal sécol, ma as peul bin disse che la figura che a dņmina le litre piemontčise per desen-e e desen-e d'ani a l'é Pare Ignassi Isler, ną miraco a Turin ant ėl 1702 e mņrt ėl 7 d'agost dėl 1788.
Le canson dė sto monio dėl convent ėd la Crosėtta a son ėd ciadeuvre dla poesia facessiosa e satirica, rapresentassion amusante, malissiose e colorģe dla vita turineisa dl'epoca. Soe composisssion a son ėd tņni, géner viv an Piemont miraco gią prima dėl setsent e che peui, travers al Borelli, al Ventura, al Calvo, a Pare Friol, fin-a al Broferi e al Rņsa, a rapresenteran tanta part ėd la mej produssion literaria piemontčisa dij secoj XVIII e XIX.
Comsissģa, l'euvra 'd Pare Isler a l'é un-a 'd cole che pi a onoro la literatura piemontčisa. Soa lenga, peui, un-a dle pi riche, mentre soa grafia cola cląssica ant ėl sens che, arpią e portą a perfession da Pacņt, a l'e diventą ancheuj la grafia piemontčisa moderna. Da noté che la prima edission a l'é dėl 1799, e che mach ant j'edission apress a l'é sparije 'l passą lontan, sostituģ dal passą prņssim.
El cav. Vittorio Amedeo Borelli, na a Valensa 'l 18 giugn 1723 e viv ancor al prinsipi dėl sécol apress, a l'ha scrivu 'd bej sončt e 'd tņni. Ėl mei a l'é 'l "Ritrat d'una vidoa".
Silvio Balbis, poeta arcade, prčive onorą e predicator ėd fama, a l'ha portą la poesia piemontčisa ant j'ambient ėstudiį e rafiną dla literatura dij sņ temp. A son j'agn tranquij - ėl poeta a l'era ną a Caraj ėl 29 d'otober 1737 e a l'é mņrt a Salusse 'l 23 luj 1796 - fra la pas d'Aquisgran-a (1748) e la Rivolussion Fransčisa.
Ėl Balbis a l'ha cņ scrivł an italian, ma 'd componiment ėd pņch valor e a sarģa stait dėsmentią sensa ringrét; a l'ha salvane la memņria soa cita produssion piemontčisa, coma ėl "Testament d'un can".
Ventura Cartiermetre a l'era an realtą Giuseppe Ignazio Antonio Avventura, ną a Turin ėl 15 giugn 1733 e "morto d'accidente", second l'at ėd mņrt, ėl 21 luj 1777. Ant ėl 1758 a l'era cartiametre, vis-a-dģ ufisial d'aministrassion dėl Regiment Dragon ėd Piemont.
A l'ha scrķvł Pacņt ant sņ profķl ėstorich ėd la literatura piemontčisa:
"La satira dell'Isler ha un carattere modestamente moralistico e colpisce in generale vizi e difetti generici delle persone, senza che l'autore esca dal suo atteggiamento impersonale ...La satira del Ventura, invece, č diretta, soggettiva, e colpisce persone, istituzioni e caste, impegnando la responsabilitą dell'autore, che parla sempre in prima persona. ed esprime i sentimenti ed i risentimenti del suo tempo, preludendo in certi momenti alla satira rivoluzionaria del Calvo".
Sņ componiment a l'é 'l tņni e lon ch'a dķs, soa dura polémica antinobiliar e anticlerical a nonsio la poesia rivolussionaria dėl Calvo. An chiel a-i é 'l presentiment dij temp neuv:
"S'as scutčiss tut lņ ch'a dijoIj paisan e j'ovrijé,
L'é sicur ch'i sentirģo
Un rumor ch'a fa tremé".
Ant ėl "Tņni sul bondisserea", l'autor a pija le difčise dla borghesia contra la nobiltą: a l'é la sątira parinian-a, e pģ ancor broferian-a, in nuce.
Morissi Pipin da Coni a l'é nen ėstait un poeta e chiel midem a lo arconossģa: "Poeta mi son nen...". Sņ mérit a l'é stait dė scrive e 'd fé stampé ant ėl 1783 cola gramątica pķemontčisa che, ansema al vocabolari piemontčis e a l'antologia 'd poesie piemontčise, a l'ha formą 'na pressiosa documentassion pėr la vita coltural dėl Pķemont.
A l'an ėscrivł Brero e Candolfo an sl'argoment:
"Nella nuova coscienza determinata in Piemonte dalla politica accentratrice e riformistica dei Re sabaudi - Vittorio Amedeo II, Carlo Emanuele III ed i loro grandi ministri, Ormea, Mellarčde, Bogino, in primis - che portņ al costituirsi cosciente di una "nazionalitą piemontese", come fatto storico, politico, amministrativo, culturale, ben delineato e diversificato sia nei confronti della vicina Francia, sia verso le restanti parti dell'Italķa (nome allora riservato ai paesi della penisola non sabaudi) il fattore linguistico ebbe una sua parte non piccola e sentita, e neppur oggi ben indagata.Intuizione e coscienza dell'importanza del fattore linguistico in questa formazione, come elemento base di un'effettiva autonomia, appaiono nel tentativo del Pipino espresse per la prima volta con una certa sistematicitą.
Alla fine del secolo, la perdita della libertą, la rivoluzione di Francia e l'occupazione napoleonica coi primi moti della nazionalitą italiana dovevano spostare i termini delle questioni: ma al medico cuneese resta il merito di una sensibilitą e di un impegno per i suoi tempi coraggioso e generoso...". ("La letteratura in piemontese dalle origini al Risorgimento", p. 390).
Edoard Ignassi Calvo a nass a Turin ėl 10 d'otober 1773 e an costa sitą a dovģa meuire 'd tifo 'l 9 maj 1804, mentre a curava ij sņ malavi - a l'era médich ėd lė spidal San Gioann -.
Con ėl Calvo as manifesta la vos pi ąuta che la poesia piermontčisa a l'avčissa fąit sente fin-a a col moment. Pėr R. Massa a l'é 'l pģ gran fąulista che l'Italia a l'abia mai avł.
Soa fama as arcomanda nen a le "Folģe religiose", sofocą 'd preoccupassion filosņfiche, ma a treuva fondament ant le "Fąule moraj", ant le "Stansse a mėssé Edoard" e ant la "Petission dij can a l'Ecelensa Ministr dla Poliss". Ant la produssion calvian-a a l'ha un sņ pņst ėd prima grandėssa l'ņde assč bela "An sla vita 'd campagna", che a rapresenta na parentesi 'd serenitą campagnin-a ant la vita agitą dėl sitadin.
La delusion pėr la rivolussion tradģa e pėr ėl malgovern dij fransčis a son la base dėl mej dla poesia dėl Calvo.
A l'ha scrivune Nino Costa:
"E allora, come un grande grido di dolore, si alzņ la favola di Edoardo Calvo.. Il poeta veramente espresse quello che il popolo non osava dire ... In mezzo ad un popolo di taciturni, in mezzo ad una folla di gente che non aveva pił il coraggio della protesta, egli solo alzņ la testa e protestņ ... Per questo egli merita di essere chiamato il primo poeta civile della nazione piemontese..." (sitą da "La letteratura in piemontese dalle origini al Risorgimento", p. 400).
Ma che 'l poeta a sentčissa com a fussa mal fé conservé la libertą a lo preuvo gią costi vers dėl 1798, cand, dņp avčj scrivł ("L'aurņra dla libertą piemontčisa"):
"Piemontčis costa l'é l'ora
Ch'i oma tłit tant sospirą,
Costa a l'é la prima aurņra
Dė la nņstra Libertą",
A finģa an disend:
Pensé pur a custodivo
Con un ąnim da guerier;
Guai, s'i ven-e da 'ndurmive,
Iv dėsvije carią 'd fer".
Da noté che 'l '700 a l'é 'd cņ 'l sécol che la canson popolar, tramandasse sovens vąire generassion, as dą cole forme politiche e musicaj, che ancheuj noi i conossoma e apressioma grassie a j'arserche 'd Costantino Nigra, ėd Leone Sinigaglia, d'Alfredino Nicola e d'ąuti studios e musicista, apassioną 'd nņstr patrimoni musical popolar .
Ma as peul nen parlesse dėl '700 sensa arcordé la gran produssion anonima popolar rapresentą da le stņrie, conte, fąule, legende, che a sircolavo tra la gent e che a nassģo, as completavo, as pėrfessionavo, as trasformavo, as adatavo franch an cole viją che fin-a a pņche desen-e d'ani fą a son ėtnusse an tuti ij pais e bele an sitą.
Ėd cost gran patrimoni 'd tradission e 'd coltura cheicņsa a l'é rivą ancora fin-a ancheuj e a venta rendne mérit a cole persone, pėr maleur nen tante com a farģa damanca, che a son dedicasse a as dédico a registreje o a scrivje, salvandje parčj da la dėsmentia.
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LE FIGLIE DI STEFANO BROMBO
di
P. Ignazio Isler
Stevo Brombo l'ha tre fie,
ch'a son tute innamorą,
ch'a son tute innamorą,
a son nen tre maravģe,
ma pur gnanch da campč ant la strą.
Una l'č bionda, l'autra l'č brunna,
l'autra del color cafč,
a vorrio trovč dunna
quaicadun ch'ai voleis pič.
Son butasse antorn al pare
ch'ai sercheisa quaich partģ
j'ha rispost: mie fie care,
lassč pura fč da mi.
J'é tre giovo, sai dont pieje,
ch'a stan tuti tre sul sņ,
i mandreu sot man a parleje,
a diran pa nen ch' d' no.
L'an ancor (da lon ch'i sento)
tuti tre la soa virtł:
un fa i fus e l'autr i pento,
l'autr l'é cap dij stras e mnł.
Son andait a visiteje
dlongh ch'a son stait avisą,
a l'an fait nient autr ch' bucheje,
ch'a son stane carpioną.
Ant 'l temp da pič una rava
a l'an acordą l'afé;
un la pressa a lo sbrgiairava,
j'aitre l'avģo 'l feu darč.
Cosģ tuti ansem a fero
le promesse a la volą,
e pr testimoni a piero
Giambatista e Nicolą.
L'andoman a son lvasse
tute tre sul fč del dģ,
a son dunna desgagiasse,
e marcią a fesse vestģ.
Una del color d'anguila,
l'autra dėl color dėl feu,
e la tersa l'an vestila
d'un garnac tra verd e bleu.
Tre dģ apres a son sposasse
(chi l'avrģa mai cherdł!)
e le nosse ch'a son fasse
j'an costaje pi d' 'n scł.
Furnģ 'l past, coula brigada,
dop d'aveje tafią pro,
son andasne a la spasėiada,
sodisfą da coui ragou.
Custe nosse e sti mariagi
fait ansem lģ su doi pč,
l'an fait rie ant coul vilagi
tuti quant i fafiochč.
A l'avģo le livree
del color dij fricandņ,
e la gent d'ant le butee
tuti surtiro a feje d'oh.
L'andoman matķn andero
a sentģ messa vers mesdģ,
e tampi nč manch a l'ero
ancor tuit mes ancutģ.
A ventava ampņ sentģe
zonzonč tut longh dla strą,
a smiavo propi un bus d'avģe,
o un vespč ant 'l bon dl'istą.
A buchč ste maravģe,
tuit e tute a son corł,
Prchč cose pi da rie
gnun j'avģa mai vedł.
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LE SANSŁE E 'L BŅRGNO
di
Edoardo Ignazio Calvo
A l'era ant la stagion che 'l sol bujent
A brusa la sicņria e ij barbaboch,
E tuti a scapo a l'ombra e serco 'l vent.
Un pņver borgno vej e pataloch,
noją dal gran calor e tormentą
dal mosche e dai tavan, tut a tatoch
andava apress disné daré 'd soa ca,
dov i era na bialera e 'n sit ombros,
e lą sė stroiassava e pijava 'd fią;
e, bin che chiel a fussa timoros,
savend d'essi sicur, 'd nen essi vdł,
a pijava soens dij bagn delissios.
Un di fra j'aitri, essend lą patanł,
as sent mņrde le gambe e dé 'd pėssion,
pi fņrt 'd lņ ch'a l'avčissa mai sentł.
Cņs'é só? Chi é-lo ch' mņrd? - Tut a taston,
treuva ch'a son babņje an forma 'd pčss,
ch'a dvento curte e longhe a l'ocasion.
Quantonque a l'abio faje 'n pņ 'd ribress,
a-j dis: - Sore babņje, lassé sté,
voli rusieme viv si bele adess? -
'Na sansła a-j rispond: - Lassene fé:
noi tiroma nen che 'l sangh gią guast,
pėr tant ch'i deurve j'euj, peusse s-ciairé
noi aitre i conossoma da l'anast
dov a-i é 'd sangh cativ, e nņstr istint
a l'é 'd sagné la gent com ij polast. -
El borgno, sentiend lņ, l'é stą convint,
e słbit a-j rispond: - Se a l'é cosģ,
sore babņje, i-j prego a deje drint;
ch'a ciucio pura tant ch'a-j fą piasi,
basta con lņ mi peussa durvģ j'euj,
e vėdde ancora na vņta 'l sol 'd mesdģ.
Dėl rest im racomando, parche peui
a l'abio discression, an sul rifless
ch'i son un om d'etą, pare 'd sčt fieuj.
Ste bņje ch'ero veuide gią da un pess
(e tanto pi ch'a vnģo da lontan),
a son virasse 'ntorn sensa ribress,
a l'han ciucią sto bņrgno fin a tan
ch'a comensava gią tnģ 'l cņl pėr stņrt
e ch'a argrignava 'l gambe e ij dij dle man.
Alora 'l pover bņrgno tut ėsmņrt
a-j dis: - Pėr caritą, ciucé pa pķ:
lassé ch'i pij a 'd fią, son quasi mņrt;
i m'avģ lusingą 'd feme guarģ,
'd rendme la vista e 'lveme 'l sangh cativ,
ma voi lo tķre tut fin ch'a-i n'é pi.
Avčime compassion, lasseme viv:
possibil ch'i sie peui tant afamą,
ch'i veuje vėdme 'd pianta a l'ablativ!
I l'era dai tavan perseguitą,
le mosche an tormentavo e 'lvavo 'd pčis,
ma pur tant a l'avģo un pņ 'd pietą!
Voi aitre i sč tacante com la pčis,
ma pur tant ėl maire con ėl grass:
mangerģe 'l bin 'd set gesie an dontrč meis.
Cosģ parlava 'l borgno ant col paciass;
ma j'aitre fasend finta 'd nen sentģ,
lo seguito a ciucé sensa ambarass.
A l'era verament lģ pėr murģ,
e j'aitre a seguitavo ... a segno tal
ch' a pen-a l'ha avł 'd fią pėr podčj dģ:
- Pietą, sore babņje, ch'am ven mal,
ch'am chėrdo, ch'i son mņrt, i son dėstiss
l'ai pi nen 'd sangh da empģ mes un bocal.
Difati as é argrignasse com n'ariss,
a l'é restą convuls, e strepitand
a j'a schissaje mese ant col mojiss.
Sta favņla, ch'i lese'n sghignassand,
veul dģ ch' venta guardasse da coj taj
ch'a vivo pėr ėl mond an criassand:
Balsamo e sparadrap pėr tuti i maj!
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di
Lucia Barra
J'é 'n bel paģs al pé 'd coste montagne
'n dova a splčnd 'l sol e a soffia 'l vent
che a ven da la Valsusa. L'aria pura
a rinfrėsca e a ristora la pianura:
costa pianura vėrda e rigogliosa
coltivą con amor e con bravura
da onesta, san-a e laboriosa gent.
Mi parlo 'd Villar Dora, paģs car
al mč coeur, 'n dova i l'hai passą la gioventł
con tanti cit che aj ero i mč scolar.
'L Vilar l'é bel, l'é giovo e antich
l'a S. Pancras stėrmą fra 'l verd dij bņsch
visin la strą antica d'ij romąn
che a portava a la Gallia 'n tčmp lontąn.
L'ha 'n bel castel, 'l pi bel 'd la valada
e visin al castel s'ąusa la Cesa
che a spica bela 'nt 'l sņ pur barņch,
'nt la piassėtta al centro dėl paģs,
'l Municipio as guarda con S. Rņch.
A Villar Dora aj é la Tor do Col
grand bela spassigiada 'n primavera,
aj son tante bele ville, giardģn e fior
e doi laghet, giņia dij pėscador.
'N cost paģs la gent a travaja e canta
l'é quasi sempre alegra e generosa,
l'a inissiativa, a l'é spiritosa
sa divertisse e a dismentķa nen
chi l'a travają 'nsema e fait dėl ben.
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C'Č UN CASTELLO A VILLAR DORA
di
Lucia Barra
Tace la vita intorno alle povere case
d'altri tempi. Fra grandi querce
e pini secolari, vibranti d'ali
pispigli e cinguettii, s'erge
il castello con la torre snella.
Cinto di merli qual corona avita
che l'usura del tempo e la violenza
risparmiarono, pur negli anni amari
delle lotte cruenti e fratricide.
Volge alla valle verde ed ubertosa
lo sfolgorio delle sue finestre
divise da sottili colonnine:
perle lucenti su possente armatura.
Spirti immortali di paggi e castellane
vedono ancora dalle bifore finestre
avanzar, come allora, sulla pianura,
schiere d'armati su indomiti destrieri
e il corruscar de l'armi?
Dei guerrier pare che risuoni l'urlo
nelle sale dove i camini immensi
ed anneriti conservano stupiti
i sospiri e il sereno conversare
fra il puro cavaliere e la "madonna".
Guerre, rovine, incendi, pestilenze,
anni di gloria, anni di violenza,
anni sereni di pace e d'ignoranza:
tutto č passato, ma il Castello avito
č ancora intatto sopra il borgo antico
che ad esso si stringe e rinnovella
in quest'arido tempo senza soste,
in questo volgere d'anni senza tregua,
il patto di assistenza e d'amicizia
di leale ed umana comprensione
che gią in tempi di lotta e di passione
univa Villar Dora al suo castello.
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'L CONTADIN A SA ...
di
Lucia Barra
Ėl contadin a parla con 'l vent
e ai racomanda le piantin-e giove,
le cite gėmme che a stan pėr sbocé,
a benedķs la pieuva quand ch'a tomba
s'la tčra sėcca dņp 'l grand istą,
a ringrassia l'invern con la sua fiņca
'l tisonet, la nebia, 'l frčid e 'l gel,
pėrché a sa che l'invern l'é necessari
pėr ritorné a vivi e travajé
quand la tčra as dėsvija 'nt 'l tčmp bel.
'L contadin a sa che primavera
a torna sempre a ralegreje 'l coeur,
peui včn l'istą con lė splendor dėl sol
su l'or dij camp, 'n sima ai frut madur.
'L contadin a spera che la tčra
aij renda i frut che ai dev dņp 'l travaj,
la bon-a tčra che a ciucia 'l sņ sudor,
ma che aj veul bin e 'l tradirą giumai!.
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(Fąula cuiija da Adriana Girodo Arena)
Na duminica dņp disné, dontrč fije a l'avķo combiną d'andé a fé marenda da la part dle Piotere, e precisament al Masass andova a-i é na bela pera piata che a peul fé da taola. Rivą, a visco 'l feu e-a fan cheuse la fritą ant la pčila che a j'ero portasse da ca.
Vers l'ambrunģ a ritiro soa rņba e as na parto.
A-i ero gią pėr la stra dle Piotere, quand as n'arcņrzo che a l'avio dėsmentią la pčila an sla pera andova a l'avio consumą la marenda.
As tratava d'artorné andarera a piela, ma gnun-a dle fije a voria andé.
Anlora a gieugo a la mora e an costa manera a serno chi 'd lor a dev torné.
Vist che a l'era un pņ scur, la fija a corģa pėr la stra pėrché a l'avķa paura.
Quand a riva torna al Masass e a fa pėr pijé la pčila, a manda un braj: andrinta a la pčila a-i era na testa 'd mņrt an camin che a la bėrlicava.
Ėl coragi a comensava a mancheje ma, sicoma a l'avia 'dcņ tėmma che le cambrade a la rusčisso e a la pijčisso an gir, a dą un cąuss a la pčila, fasend rotolé via la testa 'd mņrt.
Anlora a sent la testa 'd mņrt che a parla e a-j dis: "Stassčira a mesaneuit i ven-o a pijete e it pņrto via".
La fija, tuta sburdia, a cor via con la pčila pi an pressa che a peul e a riva tuta an lacrime a ca soa. Quand la mama a la ved tuta disperą, as fa conté cosa a l'era suceduje e peui a-i dis: "Sta tranquila, i penso mi a stėrmete, avej nen paura".
E cosģ la sčira la mare a fa buté la fija ant la pajassa e a la cus andrinta, peui a pianta da fņra tuti gucķn.
Quand a son-a mesaneuit, as sent na vos che ą dis: "I son sģ al prim scalin". Ma la fija, cusģa ant la pajassa, a canta: "I son cusģa ant la pajassa, i peus pa scapé".
E la vos a dis: "I son sģ a lė scond scalķn".
E la fija a continua a canté: "I son cusģa ant la pajassa, i peus pa scapé".
E la vos: "I son daré dla porta... I son davsķn al let ... I son si che it pijo". Ma la testa 'd mņrt, che al era gnente d'ąutr che la mņrt, coma a fa pėr duverté la boca e mangé la fija, as pianta tuti i gucin e a scapa via.
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(Fąula cuiija da Alessandra Arena)
A j'era na vņlta n'ņm che a l'era stait vido con un cit. Dņp un pņch ėd temp a sė sposa torna e a pija na vidoa che a l'avģa 'dcņ chila un cit. Ma la fomna a l'era gelosa dl'ąutr cit, a podģa nen vėdlo e a lo tratava mal parché a l'era pi bel e inteligent ėd sņ masną.
Ėl papą a travajava ant la cava lģ davzķn e tuti i di, sņ cit a-j portava da mangé andrinta al barachin, a stasia un pņch con chiel a ciaciaré, peui a tornava a ca e longh la strą as fermava sempre davanti a un pilon ėd la Madņna a recité na giacolatņria. Un di la marastra che a l'era pi grama dėl sņlit a decid ėd masselo.
A speta che tuti a vado a deurme, peui a va visin al let con un cotel e a lo massa.
Peui a lo taja a tochetin e a lo fa fricassé.
Ėl di dņp a manda sņ fieul a porté da mangé al pare. Ma ant ėl barachin a l'avģa butą ij tņch dėl masną che al avģa massą e l'ņm che a savģa gnente a mangiava e a campava j'osset ant un canton.
Ma 'l cit che, stėrmą, a l'avia vėddu la mare massé 'l fratelin, a pija j'ņss e a va a sotreje sota 'l pilon ėd la Madņna.
La Madņna antlora a trasforma j'oss ant un bel oslin che, voland sėl pilon, a tuti coj che a passavo a disģa:
Mia mari a l'ha massami,me pari a l'ha mangiami,
me fratel a l'ha portą j'ņss a la Madņnae la Madņna a l'ha trasforma
j'ņss ant un bel oslin.